Alfonso SCALZONE

Il ragazzo d’ORO

La notizia della vittoria di Alfonso, giovane del nostro territorio, è stata reputata un successo per l’intera comunità di Castel Volturno. Con piacere lo abbiamo accolto presso la nostra Redazione: il suo esempio ha saputo motivare i nostri ragazzi e ha forse riacceso qualche speranza. Per loro, ma per tutti quelli che si identificano col “Sud”. Perché, diciamocelo, se si nasce in questo territorio non è sempre facile restarci e, soprattutto per un giovane, sfruttare al pieno le possibilità che offre. Quello che più ci ha colpito di Alfonso è stata sicuramente l’umiltà, come se non fosse abituato a chi gli riconosce adeguatamente il merito.

Alfonso Scalzone ha 22 anni ed è campione del mondo. Si è conquistato l’oro durante i mondiali di canottaggio (ancora in corso, ndr) in Bulgaria, nel due senza pesi leggeri insieme al compagno Giuseppe Di Mare. Una coppia che ha stravinto su Grecia e Stati Uniti.
La passione di Alfonso per il canottaggio è nata quasi per caso, dalla decisione di affidarsi al consiglio di un medico. «Ho iniziato undici anni fa. Soffrivo di problemi di asma, così che i dottori mi consigliarono di praticare uno sport sul mare.» Fino ai diciotto anni Alfonso si è allenato a Bagnoli, la cui società per motivi economici fu costretta a chiudere. «Il mio allenatore se ne andò. Scelsi di continuare al Circolo Savoia, nel Borgo Marinari di Castel dell’Ovo, dove riscontrai i primi risultati».
Attualmente Alfonso vive a Fuorigrotta ma le sue radici sono altrove: la memoria di Castel Volturno conserva ancora il suo nome, attribuito ad un altro, tramandato dalla vecchia alla nuova generazione. La città ricorda il nonno di Alfonso, Alfonso Scalzone, scomparso un anno fa, ex sindaco di Castel Volturno. «La vittoria del mondiale la dedico soprattutto a lui, mio nonno.» racconta Alfonso che, per ora, è l’ultimo tra gli orgogli di famiglia. «Mi sento parte del territorio in cui per anni ho trascorso la mia infanzia».

 

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Informare n° 186 Ottobre 2018 

 

Una gara interessante ed emozionante. Inizialmente avete ponderato, i Greci sembravano avere la meglio. Poi c’è stata la ripresa.
«È una tecnica che ci contraddistingue. Con la stessa modalità abbiamo vinto i mondiali under 23 lo scorso anno. Anche se, in realtà, non ci aspettavamo che i Greci partissero così forti.» afferma Alfonso e il suo di tono di voce lascia ancora trasparire, a distanza di giorni, un velo di incredulità. «Non ho ancora metabolizzato quello che è accaduto». confessa.

Ci pensavate alla medaglia?
«Era un obiettivo di inizio anno.» (sospira e sorride, ndr) «Sia questa, sia quella degli under 23. L’anno scorso perdemmo il mondiale per un secondo e mezzo. Da quell’esperienza ci è rimasta la voglia di riscattarci e quest’anno ci siamo riusciti».
Chissà se tagliare il traguardo non sia un insieme di flashback di tutti i sacrifici fatti per anni che, proprio al momento della vittoria, scorrono davanti agli occhi. Il canottaggio è uno sport nobile che, attraverso l’impegno e la fatica, innalza l’animo e forma la mente. È una scuola di disciplina e determinazione. Chi lo pratica sa che deve fare i conti con la poca visibilità che gli viene offerta. C’è un abisso tra una medaglia d’oro nel canottaggio e un goal che diviene “memorabile” durante una partita di calcio.

Ti sembra giusto che il canottaggio venga considerato uno sport minore?
«Sarebbe bello avere un po’ più di visibilità, ma è anche vero che si conosce poco del nostro sacrificio. Facciamo quattordici allenamenti a settimana con la sveglia puntata alle cinque del mattino. Viviamo mesi interi fuori casa, lontani da famiglia e amici, per vedere al massimo una nostra foto in ultima pagina».
Alfonso non combatte, non si allena per ottenere gloria. È chiaro che i dieci anni di rinunce di cui parla sono contrassegnati da qualcosa di molto più istintivo: la passione. «Vincere le gare è un’emozione che fino a oggi non avevo mai provato con nient’altro, neppure con un bel voto a scuola».

Progetti futuri?
«Arrivare alle Olimpiadi». Il pensiero va all’altra medaglia della famiglia Scalzone: l’oro di Angelo Scalzone, suo zio, campione del mondo di tiro al volo alle Olimpiadi di Monaco del 1972. «Abbiamo fatto 30, facciamo 31!» scherza Alfonso che, però, non ha nessuna intenzione di continuare da solo. A condurre la barca sono in due. Gli allenatori devono cercare di far coincidere le caratteristiche fisiche di entrambi: altezza e peso. I canottieri, esercitando un continuo lavoro su se stessi, devono imparare a convivere con un altro cuore e un’altra anima, provando ad agire e a pensarla come un unicum.

Quanto è importante il rapporto con il tuo compagno?
«Molto, l’affiatamento tra di noi è tutto. Quando capita qualche incomprensione, il litigio si porta anche in barca e qui si avverte che l’armonia è stata intaccata».
Se c’è una cosa che Alfonso potrebbe insegnare a tutti i giovani come lui, e non solo, è che non esistono mezze misure o scorciatoie. L’obiettivo non è una meta, ma un qualcosa da costruire. Nel suo caso, anni di rinunce e di aspettative mancate lo hanno portato ad una medaglia d’oro.

 

di Alessia Giocondo

© Ph. di Antonio Ocone – Fotogram Pinetamare