contrasto criminalità

Contrasto all’accumulazione illecita di ricchezze: il metodo condiviso e di alto profilo

Redazione Informare 17/11/2022
Updated 2022/11/16 at 9:52 PM
13 Minuti per la lettura

Da tempo la Repubblica ha puntato sull’aggressione patrimoniale per il contrasto alle principali forme di criminalità. Nel corso degli ultimi decenni, anche per effetto della violenta offensiva lanciata dalle mafie, l’ordinamento si è progressivamente dotato di strumenti giuridici che hanno lo scopo di disincentivare la commissione di reati mediante l’attacco ai patrimoni generati illecitamente.
È una risposta che si è rivelata vincente, tanto che la legislazione italiana in questa materia – sia nel settore delle misure di prevenzione che nel cosiddetto diritto penale classico – pare aver costituito un modello per quelle di altri paesi soprattutto europei, arrivando ad ispirare anche l’ultimo regolamento dell’Unione europea in materia di congelamento di beni acquisiti per effetto del ricorso al crimine (Regolamento UE 2018/1805).

LA GUERRA AL PATRIMONIO COME MEZZO DI CONTRASTO ALLA CRIMINALITÀ

Lo strumento della “guerra al patrimonio” per la lotta al crimine si è rivelato, specie in Italia, molto fruttuoso. Spesso è stata segnalata, anche dagli studiosi, l’intensa capacità deterrente che questa branca del diritto esercita nei confronti della criminalità, specie quella di tipo mafioso.
Da un punto di vista sociologico è stato rimarcato che i criminali temono la perdita del patrimonio ancor di più della stessa privazione della libertà personale, anche perché del patrimonio ne fruiscono, a volte principalmente, anche soggetti diversi rispetto ai titolari o ai formali intestatari dello stesso (si pensi, ad esempio, ai nuclei familiari del soggetto colpito dalla misura).

La creazione di patrimoni e, in linea generale, l’accumulo di risorse riflettono una preoccupazione costante della criminalità – soprattutto quella organizzata – che senza di essi non potrebbe alimentare la macchina organizzativa dell’associazione e consentirle il funzionamento. Non potrebbe accumulare enormi ricchezze che consentono di comprare chiunque e qualunque cosa le permetta di conservare il potere.
Insomma, la ricetta del contrasto al patrimonio, sia pure nell’ambito di alcune (pur fondate talora) riserve degli studiosi sulla presenza di garanzie procedimentali non pienamente soddisfacenti, è probabilmente la strategia più appropriata che sia stata messa in campo dal legislatore negli ultimi anni.

GLI ASPETTI DA MIGLIORARE

Se questo pare innegabile, vi sono aspetti ancora migliorabili sul piano di ciò che accade dopo la materiale apprensione dei beni criminali. È noto che a seguito del congelamento, che tecnicamente assume il nome di sequestro (penale o di prevenzione), i beni oggetto dell’azione dello Stato vengono affidati alla mano pubblica, alla giurisdizione, la quale si avvale di professionisti che si occupano di amministrare il patrimonio sottratto alla criminalità.

Si apre così la fase conosciuta con il nome di “amministrazione giudiziaria” che è di cruciale importanza in quanto – detto senza mezzi termini – può segnare il successo o il fallimento dell’azione statale.
È fase importante perché, come si osserva comunemente, se il bene amministrato dallo Stato finisce in rovina, il messaggio che la comunità riceve è che la criminalità è capace di gestire, mentre lo Stato non lo è a sufficienza.

In altre parole, un capitolo cruciale della sistematica di questa materia è rappresentato dalle norme che regolano l’amministrazione giudiziaria e dagli strumenti giuridici esistenti per consentire che un buon professionista, incaricato alla gestione, possa fruttuosamente amministrare i suddetti beni per consegnarli allo Stato (in caso di definitività del provvedimento di blocco) ovvero alla persona cui sono stati provvisoriamente sottratti (in caso di revoca del sequestro) in condizioni soddisfacenti.
Appare evidente che lì dove si dovesse giungere a un provvedimento di confisca definitiva (cui segue la devoluzione dei beni allo Stato), la collettività si arricchirebbe di ciò che le è stato illecitamente sottratto, e ciò riflette plasticamente il fascino di queste procedure, che riescono a riportare alla comunità il maltolto, come se esistesse davvero un “Robin Hood” che ripristina la legalità, in un luminoso esempio di giustizia che chiunque è in grado di percepire.

L’IDEA AFFASCINANTE CHE CONTINUA A ISPIRARE E A PROMUOVERE QUESTE MISURE

Ed è un’idea per la quale bisogna impegnarsi perché si traduca in realtà, al fine di non renderla una vuota illusione. La comunità (e non solo essa) pare stanca di assistere alla presenza di compendi che appaiono inutilizzati, o peggio, che finiscono preda dell’incuria, perché questo epilogo – come si diceva – segna una cocente sconfitta per lo Stato e per tutte le energie che vi sono state investite.

La fase dell’amministrazione dei beni presenta tuttavia peculiarità e difficoltà che, nonostante il progressivo affinarsi della legislazione in materia, sconta ancora oggi problemi che dovrebbero essere analizzati e risolti anzitutto con la collaborazione di tutte le istituzioni, a vario titolo impegnate sull’argomento, e dallo stesso legislatore che dovrebbe intervenire con attenzione sui profili più farraginosi della disciplina predisponendo, tra l’altro, risorse adeguate per consentire il complessivo funzionamento della macchina affinché restituisca alla collettività, in condizioni accettabili, i beni sottratti alla criminalità.

Le ragioni di una strisciante insoddisfazione in ordine allo stato attuale delle cose deriva da diversi fattori, alcuni dei quali concernono anche la qualità della normativa (spesso cavillosa e caotica); altre volte la mancanza di un effettivo coordinamento tra le varie istituzioni competenti.
Talora, inoltre, vengono in rilievo una stentata diffusione delle prassi più virtuose in tema di gestione che faticano a propagarsi perché gli uffici giudiziari spesso non dialogano tra loro o non vi è il completo supporto – ai vari livelli – all’amministratore giudiziario da parte delle istituzioni di volta in volta competenti ad occuparsi di specifiche problematiche.

IL LAVORO DI PREVENZIONE DEL TRIBUNALE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE

Purtroppo viviamo in un mondo che – anche per colpa delle strategie elusive della criminalità – è diventato sempre più complesso, per cui vi è bisogno di razionalizzare e incoraggiare strumenti che rendano più fluido il meccanismo, se non addirittura di elaborare idee nuove allo scopo di rendere fruttuosa l’azione patrimoniale.

Proprio a questo fine, il Tribunale di S. Maria C.V., e, in particolare, la sezione misure di prevenzione (che ha tra i suoi obiettivi istituzionali quello di valutare l’applicabilità di tali misure patrimoniali), ha cercato di porsi in un’ottica di contenimento delle criticità esistenti sperimentando – sempre nel quadro delle norme di riferimento – strumenti di raccordo tra le sfere istituzionali, anche per potenziare i meccanismi di pubblicità che consentano di conoscere rapidamente quali siano i beni oggetto dei provvedimenti di sequestro (e confisca) adottati dall’autorità giudiziaria, e sui quali si possa avviare un lavoro di coordinamento.

In questo quadro, già nel settembre 2021, è stato firmato un protocollo istituzionale con l’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati, la Prefettura di Caserta, l’Associazione Bancaria Italiana e gli ordini professionali degli avvocati e dei commercialisti con lo scopo di trovare soluzioni condivise e affiancare (ove possibile) il giudice delegato per la soluzione di nodi gestori talora troppo complessi senza la convergenza dei vari attori in campo.
L’accordo vede la partecipazione di quegli enti pubblici e privati che hanno (o che potrebbero avere) un ruolo decisivo per la conservazione o la valorizzazione di beni sottoposti a sequestro e a confisca, anche per assicurarne una funzione di tipo sociale.

L’iniziativa è stata accolta con favore perché è ormai diffusa l’idea che la strategia di amministrazione dei beni per poter funzionare abbisogna del contributo ragionato di tutte le istituzioni e, talora, anche di organismi associativi privati (vedi Confindustria e l’Associazione Bancaria Italiana), tutte unite per cercare le migliori soluzioni per la gestione di un particolare bene.
È stata peraltro sottolineata, in questa cornice, l’essenzialità della diffusione massima possibile di un’autentica “cultura della gestione”, che sia orientata all’eccellenza; che sappia far penetrare, nell’amministrazione del patrimonio (altrui) la passione e l’efficacia che si apprezzano nella gestione dell’impresa propria, fruendo così delle migliori conoscenze in campo aziendale e non trascurando il possibile apporto di consulenza (o di vero e proprio affiancamento, specie nella gestione aziendale, secondo il dettato del nuovo art. 41 quater del codice antimafia in materia) di aziende private operanti nel medesimo o in settore affine a quello nel quale opera l’azienda sequestrata.

Nell’auspicio che si attui la diffusione circolare di un’alta cultura della gestione, l’iniziativa del Tribunale, partita con la creazione del tavolo tecnico, si estende anche alla circolazione delle buone prassi, mediante l’organizzazione di un ciclo di seminari o, per meglio dire, di confronti che mettano allo stesso tavolo gli attori in campo (magistrati, istituzioni pubbliche, amministratori giudiziari, accademia, soggetti privati) per ragionare insieme sulla bontà o la criticità di talune prassi gestorie e per far nascere anche nuove idee per il miglioramento di questo particolare settore normativo, anche in prospettiva di futura modifica legislativa.

CASTEL VOLTURNO COINVOLTA NELL’INIZIATIVA

L’iniziativa del Tribunale di S. Maria C.V., propone quindi la realizzazione di alcuni incontri seminariali, nel corso dei quali verranno chiamati a confrontarsi, su tematiche concernenti il procedimento di prevenzione patrimoniale, nonché principalmente sulla corretta ed efficace gestione dei beni, i soggetti che vi operano quotidianamente, al fine di eliminare o comunque ridurre le disfunzioni che ancora si registrano in questo settore normativo, essenziale anche per un corretto funzionamento del sistema economico.

Inoltre, nella consapevolezza che il sistema di contrasto patrimoniale si affida anche a una strategia dal profondo valore simbolico: nella convinzione, cioè, che molto passa per l’importanza dei segnali che vengano lanciati alla comunità e alla stessa criminalità (sotto quest’ultimo aspetto, in particolare attraverso il messaggio che “il crimine non paga” e non arricchisce perché le ricchezze prima o poi verranno sottratte), si è pensato di presentare il ciclo dei seminari a Castel Volturno (più precisamente a Pinetamare), luogo identitario della lotta alla criminalità, anche mafiosa, e territorio dall’altissimo bisogno di attenzione.

Luogo nel quale lo Stato deve mostrare continuamente il suo volto e far avvertire la sua vicinanza, come è già stato ben descritto da autorevoli rappresentanti delle istituzioni nel corso del convegno organizzato, proprio a Castel Volturno, dalla sottosezione della associazione nazionale magistrati di S. Maria C.V., insieme alla Presidenza del Tribunale e tenutosi nel giugno di quest’anno.

Nel medesimo solco e nella convinzione quindi che il magistrato debba costantemente offrire un contributo in più – nell’ambito dell’esplicazione dei suoi stessi compiti – per la valorizzazione di un territorio, l’Ufficio giudiziario ha quindi in programma di organizzare un evento di presentazione di questo importante ciclo di seminari che dovrebbe tenersi nel mese di novembre presso la sede della Scuola della forestale dei Carabinieri in Castel Volturno.
È tempo, infatti, di continuare ad assicurare un miglioramento a queste procedure; è tempo di diffondere sempre di più un’alta cultura della gestione dei patrimoni sottratti alla criminalità, perché solo in questo modo l’azione di contrasto dello Stato potrà riscuotere effettivamente successo.

di Francesco Balato

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