«Conte?… è stato l’avvocato delle banche»

Paolo Capone, segretario dell’UGL, boccia il decreto liquidità

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Il decreto liquidità ha evidentemente suscitato i debbi di numerosi esperti di economia, ma un ruolo critico centrale nel dibattito nazionale lo hanno indubbiamente i sindacati. Il colpo subito dalle imprese e dai lavoratori ha determinato il rischio della formazione di nuovi poveri e, per diverse sigle sindacali, gli aiuti del decreto liquidità non fanno realmente fronte a questa emergenza. È di questo parere Francesco Paolo Capone, segretario nazionale dell’UGL, che ha espresso più volte pesanti critiche al decreto in questione, rimarcando la necessità di misure completamente diverse. In questa intervista il segretario Capone ci spiega le sue tante perplessità e la realtà che, purtroppo, sono costretti a vivere milioni di lavoratori italiani.

Lei ha definito il decreto liquidità “scandaloso”, affermando che Conte più che l’avvocato degli italiani è stato l’avvocato delle banche. Questo dopo che il Centro Studi UGL ha determinato che saranno al massimo il 41% delle imprese italiane a poter accedere al prestito garantito. Quindi qual è la sua opinione sul decreto liquidità e perché così poche attività produttive potranno godere dei prestiti secondo l’UGL?

«Il mio giudizio è negativo perché questo sembra più un decreto “salva-banche” che “salva-economia”. Tutte le banche faranno questi interventi sotto forma di prestito, di conseguenza dovranno istruire una pratica di affidamento e sappiamo bene quanto tempo richiedano queste operazioni; ci aspettavamo che in un’emergenza come questa ci fossero procedure agevolate. Le stesse istruttorie “ridotte”, che avevano garantito per il prestito fino a 25mila euro, di fatto richiedono una documentazione molto corposa e in questi termini ci sembra un’istruttoria a tutti gli effetti. Tutto ciò aggiungendo la discriminante che se il cliente chiede il prestito e ha un debito preesistente con la banca, si prendono ciò che gli devi e ti danno quel che resta; dobbiamo pensare a debiti che possono andare da uno scoperto di conto corrente non regolarizzato nei tempi previsti dalla banca o magari a qualche rata di mutuo tenuta aperta, quindi situazioni che possono capitare e non dovrebbero esser prese con vincolo punitivo. Poi se andiamo al credito non garantito al 100%, vediamo che anche in questo caso i passaggi delle istruttorie sono quelli ordinari, quindi se le banche non davano crediti prima non li danno neanche adesso che sono garantiti dallo Stato, se non in qualche maniera per avere dei “crediti incagliati”, ovvero qualche pratica irrisolta con determinati clienti. Come ho già spiegato in precedenza: la banca prende la sua parte e ti lascia quel che resta. D’altronde bisogna aggiungere che il Governo non è riuscito neanche a negoziare un tasso d’interesse favorevole, perché oggi parliamo di un tasso poco superiore a quello che viene erogato regolarmente. Riguardo la restituzione nell’arco di 6 anni, da un calcolo che abbiamo svolto con il nostro Centro Studi, viene fuori che in realtà, a meno che non hai una redditività molto alta della tua produzione, le prime due rate di prestiti le pagherai con il prestito stesso. Questo rende ridicolo l’aver sbandierato miliardi e miliardi a favore delle imprese».

 Quali sono le misure più urgenti per rilanciare il mercato del lavoro dopo la crisi del virus e il conseguente aumento della disoccupazione?

«Noi ci aspettavamo davvero una disponibilità a fondo perduto. In uno studio della nostra organizzazione, che si avvicina molto anche a quello di Confindustria, un mese di chiusura al sistema delle imprese è costato tra i 45 e i 55 miliardi, dobbiamo comprendere che queste aziende non hanno chiuso per “cattiva volontà”, ma per preservare la salute di tutti i cittadini. Questa chiusura obbligata è giusto che la paghino le imprese? L’intervento straordinario dello Stato doveva essere in termini cospicui e fatto da soldi veri, quindi attraverso liquidità immessa sul mercato. Stesso discorso va fatto per i lavoratori, non si possono non destinare risorse per chi va in cassa integrazione e non saprà di che mangiare. Rischiamo che molti si trovino in una condizione di povertà in cui prima vi erano unicamente le fasce più deboli, parliamo potenzialmente di 6-7 milioni di nuovi poveri».

In una lettera all’Avvenire ha scritto che in momenti critici non c’è bisogno di nuove regole, basta adattare quelle che ci sono. A cosa si riferisce in particolare?

«Oggi nella maggior parte delle aree agricole nazionali, abbiamo un deficit di persone dedite alla raccolta. In genere si occupano di questi lavori stagionali persone che si muovono dall’est Europa o da paesi extraeuropei, l’emergenza sanitaria non permette più a queste persone di muoversi. Per tale ragione abbiamo proposto l’utilizzo, soltanto in questa fase di emergenza, del voucher col fine di non far saltare raccolti che sono estremamente importanti per la filiera agroalimentare. Darebbe la possibilità di assumere una persona con le dovute garanzie assicurative e contributive, assicurandogli una retribuzione oraria equivalente al voucher stesso. Se pensiamo che la ministra Bellanova sta dicendo assurdamente che vanno regolarizzati 300mila clandestini per portarli a lavorare nei campi, comprendiamo che sarebbe molto più sensato proporre tali lavori agli stagionali del turismo, ad esempio, i quali vivranno un periodo di forte crisi quest’anno, oppure lo si potrebbe proporre ai percettori del reddito di cittadinanza».

di Antonio Casaccio
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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