Connessioni virtuali e tempo reale. Configgere oggi

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E se ci fossero problemi di connessione?
Mi piace iniziare chiedendomi se siamo diventati degli strumenti nelle mani di una tecnologia disumanizzante che ci ha trascinati lontani dal senso lento e terreno del vivere insieme.
Non è una constatazione di oggi il rilevare che ci fermiamo troppo poco, per troppo poco tempo a riflettere sui significati delle parole che accompagnano le nostre scelte, i nostri cambiamenti, le nostre decisioni.
Siamo reietti al tempo che rallenta, siamo in circolo, discontinui ed esasperati dalle connessioni virtuali, e procediamo.
Procediamo connettendoci e disconnettendoci, ho l’impressione, dalle prerogative basilari che i valori a noi tutti tramandati e di cui ci siamo nutriti per creare una società che funziona e non alienata, dovrebbero indicarci.
Il sensore indica imperterrito che il segnale va e viene, che ci siamo e ci assentiamo da noi stessi, dal nucleo familiare che abbiamo costruito, dal nostro impegno lavorativo, dalle responsabilità che non ci è stato chiesto di sottoscrivere su carta bollata, ma che tacitamente nel corso di una vita stipuliamo fra noi e l’altro.
E in questo andare e venire, in questo stordito incontrarci e scontrarci in balia di una velocità impostaci da questo nuovo stare insieme virtuale, abbiamo dimenticato il significato profondo di parole fondamentali come condivisione, educazione, cura, rispetto, integrità, sostegno, lealtà, all’interno di altre e tante parole costitutive di un tutto a noi caro quali “famiglia” “figlio” “genitore”.
Nella nostra quotidianità inviolabile, fra quelli che crediamo essere diritti acquisiti, come fossero ormai geneticamente iscritti nel DNA di ognuno, spossati dal rincorrere i nostri bisogni sempre impellenti, urgenti, inderogabili, siamo diventati ciechi e sordi, ci siamo distratti e non crediamo di sbagliarci allorchè non teniamo conto dei doveri che dovrebbero abitarci.
Nelle stanze in cui esercitiamo il mestiere di avvocati ci troviamo dinanzi a persone che vengono a reclamare un diritto da ristabilire e violato in seno ad un conflitto familiare.
Ma non avete notato quanto, dispute e contrasti, si siano esasperati, che non si concede più nulla, che si vuole ottenere una giustizia necessaria ma spesso schiaffeggiata dalle richieste e dalle pretese di chi non vuol fermarsi, riflettere, immaginare una mediazione possibile, da chi non ha angoli da smussare e disegna linee dritte che diventano solchi profondi come trincee da cui si combatte una guerra senza tregue e che non risparmia colpi svilendo le parti avverse?
A volte ho l’impressione che si scambino figli come si scambiano files, che i nostri figli, il nostro futuro si colleghino e si stacchino come chiavette usb e che rimuovendo il dispositivo, come suggerisce il computer-uomo, ci si senta risollevati, che i figli contesi fra genitori irragionevoli siano diventati una merce di scambio da strappare a chi si era amato, costi quel che costi con l’avallo di un magistrato.
Mi chiedo cosa sia cambiato negli ultimi decenni nell’immaginario di un padre e di una madre che nei primi giorni di vita di un figlio si recano ad annunciarne la nascita consegnando un nome prescelto all’ufficio dell’anagrafe….

Mi chiedo quale sia il disfunzionamento del sistema che genera poi, nell’ambito di una disputa in cui anche noi avvocati diventiamo attori, la caduta libera di dati, notifiche, di dettagli rubati all’intimità e che trasformati dalla rabbia dei nostri clienti raccogliamo, che dovremo riportare nei resoconti e che diventeranno boomerang da lanciare dinanzi un magistrato per ottenere una vittoria equivoca?

Perché consegnare all’uno o all’altro genitore esasperato dalla lotta un bambino conteso sarà mai una vittoria?

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Non esistono casi non complessi, questo è un fatto. Lavorare con la materia “uomo” è di per sé complesso. Dover mediare e affrontare persone talvolta disperate nella loro richiesta di aiuto non è semplice. Il nostro ruolo è un ruolo preciso, li dobbiamo condurre ad un giudizio definitivo pronunciato da un giudice.

Nella mia stanza di avvocato ho dovuto accelerare, correre dietro ai ritmi insostenibili dei miei clienti ma ora, ho imparato a rallentare il loro ed il mio tempo e questo nella speranza di riequilibrare un dialogo, di riposizionare i pezzetti di un puzzle che non è fatto di cartone ma di umanità, di rispetto, di integrità. Un puzzle in cui cerco di ritrovare, fermandomi e fermando loro, il senso di ciò che si va perdendo in questa corsa dissociata verso la solitudine e l’incomprensione.

Nessuno di noi ha la certezza di essere nel giusto, proviamo con grande abilità a destreggiarci fra le richieste più disparate anelando la verità, tendendo verso una giustizia in cui crediamo ma, quante volte, in quante aule di tribunale ho avvertito il vuoto di un’umanità che si perde e mi sono chiesta, ascoltando le parti urlarsi contro il possesso di un figlio conteso: e se il tempo necessario fosse il tempo di leggere una favola?

E se fermando la macchina infernale nella quale ci siamo imbarcati e che procede a folli velocità trovassimo uno spazio in cui imparare di nuovo la calma, la magia, la quiete di un tempo in cui leggendo una favola ritornassimo all’origine, all’amore, e che allontanasse parole che vicine risultano dissonanti come “bambino” e “conteso”?

di Avv. Cecilia Gargiulo

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