Come il mercato immobiliare sfrutta la lotta studentesca per coltivare le sue fortune

Nicola Iannotta 27/05/2023
Updated 2023/05/27 at 4:33 PM
27 Minuti per la lettura

Ai giovani studenti universitari è dato il compito di rispondere all’esame presentatogli dalla storia e di divenire giovani intellettuali. Marginalizzare il problema sul rincaro del prezzo degli affitti nelle città universitarie e relegarlo solamente al mondo dell’università è la grande disonestà intellettuale commessa dai media oggi, e da chi influenza l’opinione pubblica.

Tale problema non può essere circoscritto ad un solo ambiente sociale (quello universitario) e coinvolgere un solo gruppo sociale (gli studenti universitari).

È vero, essi sono stati i primi ad accusare la ferocia di un mercato che non risparmia nessuno e che accomuna tutti sotto l’egida della banconota. Di fatto, le leggi che lo governano riconoscono e rispettano soltanto lo scintillio della moneta e chi è illuminato dal suo riflesso. L’oltre-limite oscuro è invisibile, sconosciuto e di fatto non esiste. Non ha diritti nel suo sistema.

Prima di procedere nella trattazione, a chi scrive pare utile ipotizzare esempi concreti per comprendere meglio le vicissitudini affrontate dai giovani oggi.

Supponiamo che il mercato chieda ad un ragazzo che voglia trasferirsi in una nuova città, per ragioni di studio, una quota mensile di circa mille euro, per avere un tetto sopra la testa. La famiglia del ragazzo pagherà l’affitto, ed egli potrà dare forma al suo diritto di studente di abitare la città e frequentare agevolmente la facoltà scelta. Diverso sarà il caso, invece, del mercato che chieda ad un ragazzo di pagare mille euro per lo stesso motivo, ma ove né il ragazzo né la famiglia possono permettersi un tale sforzo di portafogli, il diritto cesserà di esistere.

Si dirà che il mercato è libero e che ognuno dispone anche del diritto di affittare le sue proprietà a chi meglio crede. Logica conseguenza è affittare a chi paga meglio. E qui nulla da dire.

Ma nel caso dell’attuale conflitto sociale italiano, ragione o torto sono una conseguenza della narrazione che si sta intramando. Poniamo il nostro sguardo nella prospettiva di chi affitta. Supponiamo che io non disponga di nessuna proprietà. E supponiamo anche che lo Stato soffra di un problema (così come sta accadendo). Che questo problema sia la concreta carenza di strutture adatte ad ospitare la grande massa di studenti, che dai luoghi remoti di provincia si dirigono nelle città universitarie. E che lo Stato sia disposto ad affidare a qualcuno risorse preziose, utili a risolvere questo increscioso inconveniente. Supponiamo che io scelga di investirmi della responsabilità sociale e divenire risolutore del problema. Decido insomma di stringere la mano alla società e stipulare con essa un patto. Io utilizzerò ed investirò alcune delle risorse messe a disposizione, per costruire strutture capienti, capaci di accogliere una quota di quella massa studentesca senza casa. Lo Stato mi aiuterà tramite finanziamenti e concessioni a metter su gli impianti e a sviluppare un mio progetto economico. Di fatto ho inaugurato una attività economica e tale accordo ha avuto un reciproco vantaggio: da un lato io ho acquisito una capacità di fatturazione, essendomi inserito in un mercato che richiede una volonterosa risposta alla sua pressante domanda di occupazione; dall’altro ho aiutato lo Stato a sanare una piaga sociale aprendo spazi di residenza per chi ne mostrava bisogno.

Ora dall’accordo pattuito, come gestore della nuova attività commerciale, dispongo di due differenti bacini di utenti che frequenteranno la mia realtà. Da una parte gli studenti, per i quali e grazie ai quali ho stretto accordi con la società, dall’altra i semplici utenti il cui soddisfacimento è prerogativa del mio impegno lavorativo. Agli studenti ho garantito, da accordi presi – secondo legge italiana-, di destinare il 20% della capienza totale della mia struttura, e di avere verso essi e verso i loro affitti un occhio di riguardo in quanto studenti. L’altro 80% sarà gestito liberamente da me in conformità con il mio piano di gestione economica.

E si penetra qui sulla questione “occhio di riguardo”. Nell’accordo preso con lo Stato, nessuna voce mi obbliga a non superare, nel rapporto con gli studenti, un determinato limite del canone di richiesta d’affitto. La prassi e il buon senso mi ricordano di rispettare il loro ruolo sociale e di richiedere loro perciò un prezzo agevole, diciamo del valore tradizionale di 200-250 euro. Se così fosse sembrerebbe di vivere nel più bello romanzo utopico. Nei fatti, a chi affitta tutto ciò non interessa e ciò che dovrebbe essere in realtà non è; perciò, essi stabilisco, che la stanza è a disposizione di chi paga meglio per averla. Nessuna replica: di posti da abitare in giro ce ne son pochi e di bisognosi tanti. A loro capire chi la spunterà.

La legge economica di fatto elimina il buon senso, perché gli è ignaro: oggi i locatori credono che uno studente possa permettersi di sostenere un canone d’affitto di un valore economico consistente perché ci sono soggetti che pagano, che ovviamente non possono identificarsi con gli studenti stessi, ma con le famiglie che supportano l’educazione dei figli. Ma uno studente resta uno studente. E il diritto alla formazione non può essere una prerogativa delle famiglie facoltose. Soprattutto se sul principio della libera formazione abbiamo ideologicamente scelto di darci una forma di governo.

Contestazione studentesca, Napoli

Ma c’è qualcos’altro, che deteriora ed è deteriorante, in questa faccenda, e che va al di là della secolare egemonia dell’istruzione nel conflitto fra classi sociali.

Una tale speculazione del mercato immobiliare, messa in piedi dal più feroce istinto capitalista, va frenata, se non altro perché essa ha coinvolto e sta coinvolgendo l’intera struttura della società – e non semplicemente una parte – e sta lacerando l’intero tessuto sociale – e non soltanto la maglia intessuta dai giovani studenti fuori sede.

I giornali e i media nazionali sono stati disonesti nel circoscriverla, pur riconoscendo in essa e nel suo innesco un effetto del turismo di massa. Ma questa bugia mediatica potrebbe però rivolgersi in uno sprono per i giovani studenti nel divenire giovani intellettuali, e sollecitare la coscienza comune ad afferrare la natura strutturale dell’attuale disagio sugli affitti.

Ma perché a condurre la battaglia storica dovrebbero essere i giovani universitari? Perché come abbiamo detto, in primo luogo sotto attacco vi è un loro personale diritto, ovvero il diritto allo studio e alla formazione; e volendo approfondire lo sguardo: il diritto alla costituzione di persone investite di futuro come persone che vogliono essere liberi cittadini e vivere in un libero paese.

E in secondo luogo essi devono svelare la bugia mediatica di cui sono vittime: segnato attorno al testo scolastico vi è da leggere il contesto del contemporaneo conflitto sociale. Le principali città italiane, che sono anche le principali mete turistiche italiane e allo stesso tempo i principali centri di produzione dell’attività umana italiana, vivono negli ultimi anni una tendenza all’affollamento.

All’interno della città confluiscono studenti del centro e delle numerose periferie d’intorno; lavoratori del centro e dei numerosi comuni di provincia, e turisti provenienti dalle tante regioni del mondo. La conseguenza di ciò è una vertigine di affollamento.

E mentre gli abitanti impegnano il loro tempo per guadagnarsi da vivere e metter in moto la macchina sociale, i visitatori godono delle leccornie della vita e alimentano quel meccanismo spendendo e spandendo le loro sonanti monete.

Un tempo esistevano la stagione lavorativa e la stagione turistica. Ora le cose sono cambiate. La facilità di raggiungere mete lontane, unita al basso costo economico degli spostamenti internazionali, hanno fatto sì che il tempo turistico si allargasse invadendo uno spazio e una dimensione che prima non gli appartenevano. E così, mentre prima accadeva che le città, in un certo periodo dell’anno, si svuotassero dei visi noti per far posto a visi ignoti, ora i secondi si accavallano ai primi e li conquistano e li dominano per quantità. Ciò accade in ogni mensilità. Il turismo, in sostanza è diventato turismo di massa, in ogni tempo e in ogni dove. E il mercato, che si sa, risponde ai bisogni della domanda e fa la corte a chi quella domanda la pone con insistenza, si è avidamente invaghito dei nuovi cittadini, gli abitanti turistici, che a differenza dell’apparente ossimoro (dove tradizionalmente abitante indica colui che abita permanentemente la città e turista il semplice passeggero che è in visita), vivono anch’essi abitualmente lo spazio cittadino; e ha dimenticato di considerare i bisogni delle sue antiche relazioni con i vecchi cittadini. E ora, ci si domanda quali siano i bisogni della nuova composizione sociale, la cui maggioranza è senza dubbio dominata dagli abitanti turistici.

La risposta è semplice quanto scontata. Alloggi e ristoranti. Il turismo è omologato e omologante; si configura nel tempo a noi contemporaneo semplicemente come un viaggiare, ballare, gustare la gastronomia locale, e infine riposarsi; per poi ripartire daccapo. Niente di più, niente di meno. Così molte strutture vengono riconvertiti in B&B; storiche attività dichiarano fallimento e al loro posto sorgono locali del ristoro (vedi la storia della storica libreria napoletana Tullio Pironti), mentre quelle che ancora sono in salute, ricevono frequentemente un avviso di imminente sfratto perché la struttura dove essi hanno alloggiato per decine e decine di anni “dovrà essere riconvertita” per inseguire un maggior profitto (vedi la storia del laboratorio di Napoli Fine Art Lab, storico stampatore d’arte della città). Ovviamente le conseguenze delle trasformazioni sulla composizione urbana non si limitano a ciò. Immaginate di vivere nel centro di una città turistica e culturale d’Italia, ma di non essere, come ci si sente ad essere circondati da quel che diviene il grosso luogo comune della città? Come se Napoli, o Roma, o Bologna (o qualsiasi altra città al loro posto) smettessero di essere quel che semanticamente la città dovrebbe essere per trasformarsi nella loro immagine stilizzata: luoghi idillici da cartolina e instagrammabili. Domandiamoci: una polis immaginata e realizzata dal cogito del turista e dal mercato che dà forma a quell’illusione, e non dal pensiero politico, quale spazio di vita può offrire?

Contestazione studentesca, Roma

È sostanzialmente in questo sciagurato scenario che compaiono i giovani studenti universitari. Anch’essi vivono l’insufficienza di una città non più a misura d’uomo ma trasformata su misura del turista. Anch’essi vivono il conflitto fra l’urgenza di disporre di un tetto sopra la testa e la speculazione immobiliare messa in atto da locatori privati.  Questo disagio, tuttavia, riguarda non solo loro ma tutti coloro che non dispongono di una casa di proprietà all’interno delle città suddette. Se un turista riesce a pagare anche 100-150 euro a notte per usufruire di un posto letto o di una stanza, come possono i locatori accontentarsi dei 400/500 euro -che invece corrispondono alla quota mensile massima, estrema- che un affittuario comune può permettersi di pagare per riuscire a rientrare nelle proprie spese alla fine del mese, su uno stipendio di 1300/1400 euro? È uno scontro impari secondo il quale non si può pensare di conciliare l’interesse privato con una moderazione/calmierazione dei prezzi.

Ma perché allora, se il disagio è collettivo, questa lotta è esplosa in seno all’università? Forse perché agli studenti è reso difficile il diritto ad abitare la città e a loro è derubato il diritto di proiettarsi civilmente nel futuro; non a caso uno degli slogan più ripetuti durante le contestazioni fuori gli atenei è stato “Senza casa, senza futuro”. Nel caso uno studente sia pendolare egli dovrà ritagliare necessariamente il tempo da destinare allo studio per spostarsi da un luogo all’altro della propria regione, e raggiungere finalmente la facoltà universitaria. Ci sono racconti di studenti disposti a viaggiare per 4-5 ore pur di seguire la lezione di quello o quell’altro docente, utilizzando non uno ma più mezzi pubblici per giungere a destinazione, e impegnando il loro tempo per studiare lontani dalle pacifiche biblioteche e nel mezzo degli schiamazzi della gente e della tosse rauca dei motori. Nel caso non sia pendolare, e costui dimori in una città universitaria ma non dispone delle necessarie risorse economiche, egli dovrà trovarsi un lavoro, così da poter pagare i costosi affitti mensili degli appartamenti e le spese utili a fare una vita. I lavori che svolgerà saranno per lo più i sottopagati lavori da cameriere o da barista nei locali asserviti al mercato del turismo. I suoi condizionamenti psico-fisici dettati da ritmi di lavoro stressanti, orari di riposo inconciliabili con i ritmi di studio, e ansie economiche continue, avranno ricadute inevitabili sulla sua condotta accademica. L’unico caso in cui egli potrà studiare con disciplina e vivere con tranquillità, si realizzerà, ovviamente, nel momento in cui egli sia un rampollo di una famiglia benestante e pertanto non avrà né bisogno di lavorare né di vivere minacciato dallo stento. Non aggiungiamo commenti al fatto che in questo panorama depravato il governo italiano ha deciso di appellare il tradizionale Ministero della Pubblica Istruzione come “Ministero dell’Istruzione e del Merito”. E ci si domanda cosa sia questo merito e quale filtro classista domini l’interpretazione della realtà da parte della destra politica. Ma non fuoriusciamo dai limiti del nostro discorso.

Successivamente gli studenti sono blanchottianamente insolenti e dispongono di una capacità di immaginare il futuro quale viene invece frustrata nei più adulti dalle incertezze di un lavoro precario e di una vita precaria. Già le inchieste di Pierre Bourdieu del 1962 hanno mostrato come disoccupazione e instabilità dell’impiego pongano gli “agenti” in una situazione di insicurezza permanente, capace di impedire la progettualità biografica; e data l’oggettiva impossibilità di progettare il proprio avvenire razionalmente, essi sono «condannati all’imprevidenza e alla rinuncia fatalista, espressione di una sfiducia totale nell’avvenire ispirata dalla consapevolezza di non poter padroneggiare il presente».

Per tale motivo, non degli adulti ma dei giovani è propria la contestazione. A loro toccherà esprimere la voce collettiva. E ciò sta accadendo. Nei principali poli urbani d’Italia le giovanili coscienze si sono riunite in gruppi e hanno cominciato a denunciare l’abuso del mercato privato. Questa contestazione ha mosso i primi passi partendo da Bologna, ormai da un anno a questa parte. Sono state con acutezza e chiarezza raccontate le vicende degli studenti universitari bolognesi sulle pagine della rivista “Internazionale” da Sarah Gainsforth, fra le voci giornalistiche in Italia di degna nota.

I primi articoli di Gainsforth sulla faccenda risalgono al luglio 2022, quando vari studenti sono stati incapaci di sostenere le costose rette degli studentati di lusso, ritrovandosi così ad essere senza dimora. Da lì le proteste e le occupazioni di residenze pubbliche inutilizzate. Il reclamo si stava dirigendo alla politica troppo burocratica e poco attenta alle esigenze di chi necessitava di aiuto e mostrava bisogni. In sostanza l’appello era questo: «Siamo studenti. Abbiamo bisogno di un riparo. Il comune dispone di spazi inutilizzati. Dateci un tetto. È anche un nostro diritto». Ma dalla encomiabile classe dirigente nessuna risposta. In quei mesi l’Italia stava attraversando una lotta politica interna che avrebbe portato all’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi il 23 ottobre 2022. I partiti politici che guerrigliavano esponendo i personali programmi, sulla questione studentesca non hanno posto mai l’attenzione. Ma quel che già era un serio problema sociale non è stato reputato degno di nota. Sarah Gainsfoth è stata allora una voce debole in un chiasso vuoto.

Da Bologna è trascorso quasi un anno e anche in altre città gli studenti hanno dovuto arrendersi all’evidenza dell’insostenibilità. Ora, Ilaria Ramera, studentessa milanese, ha rinnovato il conflitto potenziandolo con un simbolo. Una tenda al posto di un tetto:

4 maggio 2023, a Milano gli studenti protestano piazzando tende fuori le università. La contestazione diviene simbolica e ai media il simbolismo fa risanare gli occhi. Da Milano a Roma, Torino, Bologna, Cagliari, Napoli, Venezia e Trento. Un’epidemia di tende che si piazzano davanti le università di tutta Italia. E della “contestazione delle tende” parla ossessivamente l’intera penisola per i giorni a seguire. Dinanzi ai fatti la politica non ha potuto più irrigidirsi nell’indifferenza. E dagli scranni delle istituzioni qualcuno ha detto: «I soldi ci sono, il Pnrr ci aiuterà».

Ma i soldi ci son sempre stati, il problema fino ad ora è stato avere una visione chiara su come utilizzarli. Già negli anni 2000 il problema dell’affollamento studentesco nelle università cominciò a manifestarsi come effetto di una massificazione dell’istruzione. E già allora furono rintracciati fondi per realizzare strutture adeguate ad ospitare gli studenti nelle città e rendere abitabili quelle già esistenti. Parliamo di circa un miliardo di euro risalente alla legge n°338 degli anni 2000, i cui fondi, da allora, non sono stati ancora del tutto spesi e presto verranno integrati dalle nuove disposizioni del Pnrr.

L’Italia ha oggi il numero più alto in Europa, il 68%, di studenti universitari che abitano con i genitori. In Italia solo il 5% ha un alloggio pubblico o privato classificato come studentesco, contro una media europea del 17%. Come detto poco fa, già a partire dagli anni 2000 lo Stato stanziò più di un miliardo di euro per finanziare la realizzazione di nuovi studentati. La concessione dei fondi fu rivolta a soggetti di natura per lo più pubblica, con un differente grado di statuto privato: università, enti regionali, consorzi. Gli alloggi e i posti letto realizzati nel corso degli anni sono stati così gestiti in parte dagli enti regionali per il diritto allo studio, in piccolissima parte dalle università e in gran parte da enti con un più alto grado di statuto privato, i quali sembra abbiano dimenticato la natura pubblica di quei fondi un tempo intercettati, e hanno finito per far pagare agli studenti esorbitanti affitti non in linea con la loro identità sociale. Verso questi soggetti privati lo Stato condusse allora un “cofinanziamento”, ovvero dopo aver giudicato progetti di edilizia residenziale indirizzati alla costruzione di residenze collettive (utili allo scopo sociale), lo Stato si face carico personalmente della spesa del 50% della somma totale del progetto. In cambio chiese di destinare una parte della struttura, appena realizzata tramite il beneficio, all’occupazione studentesca (il famoso 20%). Oggi la dinamica di cofinanziamento per la realizzazione di strutture di edilizia sociale è la medesima, ma in più lo Stato ha alzato il suo valore di impegno economico trasformando il 50% di finanziamento in un 75%, grazie alle disponibilità concesse dal Pnrr. Ma il problema fu, è stato, e continua ad essere, che lo Stato non si è mai preoccupato di stabilire una quota massima che gli studenti sono in grado di spendere per l’affitto dello spazio di cui necessitano. Il vero problema è degli studenti e non di chi dovrà intercedere per gli studenti.  Diverso parlare degli studentati gestiti da enti più ampiamente pubblici, come università ed enti regionali di diritto allo studio. Qui la faccenda è diversa e non riguarda il prezzo d’affitto, ma l’esistenza stessa dei posti letto. Essi sono pochi, insufficienti e talvolta non abitabili. Essi potrebbero in minima parte soddisfare il bisogno studentesco. Anche qualora si creassero di nuovi posti letto. A Napoli sono in fase di progettazione ben 5 lavori strutturali che creeranno circa 900 nuovi posti. Ma il numero di studenti fuorisede ammonta a circa 21mila. E la disparità tra nuovi occupati e non occupati finirà per non essere minimamente colmata anche attraverso i nuovi lavori.

In Italia la politica sociale per il diritto allo studio prevede l’assegnazione di borse di studio e posti letto agli studenti che ne hanno diritto per reddito e merito, i quali vengono classificati come “idonei” nelle graduatorie. I criteri fondamentali per la elaborazione delle classifiche variano tra regione a regione. Tuttavia, come abbiamo detto, capita sempre che i fondi, come i posti letto, non bastano, e così viene a configurarsi una nuova categoria di individui precari, “gli idonei non beneficiari”: cioè studenti che pur avendo un diritto non possono beneficiarne perché concretamente esso si esaurisce.

Viste le dinamiche storiche alle quali gli studenti delle tante generazioni, dagli anni 2000 ad oggi, sono stati abituati, è inutile che la politica parli dei 960 milioni di euro che il Pnrr ha da investire nella realizzazione di nuove strutture. Vogliamo ascoltare dalla politica discorsi d’amministrazione concreti, che ci spieghino come questi fondi verranno messi a disposizione di chi ne ha bisogno. La politica continua ad evidenziare il fatto che i soldi esistono, ma è come puntare l’attenzione sulla bellezza di un fiore nel deserto. Certo è bello e rincuorante pensare che un fiore sia riuscito a germogliare anche lì, ma se dal ravvicinato il nostro sguardo indietreggia nel distanziato, ciò che vedremo sarà sempre e soltanto desolazione, aridità e solitudine. Il problema, perciò, non riguarda la rincuorante esistenza di fondi, ma la sua gestione, capace di supportare davvero chi ne ha bisogno e di rendere le città abitabili e i servizi funzionali. Bisognerebbe capire la relatività delle disposizioni da attuare, che sono differenti da ambiente ad ambiente. E proprio qui, nel mezzo di tante difficoltà, qualcuno dubita che la questione studentesca venga declassata a scusa da parte di chi, ancora una volta, ha intenzione di intercettare fondi sociali per costruire le proprie fortune in un mercato sempre più lontano dai principi di giustizia sociale.

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