Clan dei Casalesi, quando la camorra è un brand: basta il nome per il terrore

La camorra “guscio”, capace di contenere vecchio e nuovo e rigenerarsi continuamente. La storia dei malavitosi arrestati in Veneto fa capire come il clan dei Casalesi sia ancora un brand capace di sfondare le resistenze di taglieggiati e vittime in genere, a prescindere dalla reale capacità offensiva degli affiliati.

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Con piacere riceviamo e pubblichiamo l’articolo della nostra collega Rosaria Capacchione.

Ve lo ricordate il rosso Tom Hagen, il consigliere tedesco-irlandese de “Il Padrino”? Non era siciliano, non poteva diventare un capomafia ma mafioso lo era comunque. Anticipatore, il personaggio, degli ibridi vertici della Cosa Nostra dei giorni nostri, una organizzazione fluida e senza leader riconoscibili, un contenitore (o un guscio, come la definì Vittorio Zucconi una decina di anni fa) nel quale i vecchi boss convivono, ma sempre sulla difensiva, con i russi, i cinesi della Triade, i giapponesi della Yakuza, i latinos, i romeni.

Ebbene, la camorra in salsa veneta, fatte le debite proporzioni, è una cosa così, un miscuglio di delinquenti di varia provenienza geografica e variegate declinazioni criminali, che si muove sotto il cappello del clan dei Casalesi, un brand capace di sfondare le resistenze di taglieggiati e vittime in genere a prescindere dalla reale capacità offensiva degli affiliati. A maggior ragione se questi possono contare anche su una discreta dotazione di armi.

Capita, così, che la banda di grassatori, usurai, truffatori (ottantasei indagati, di cui quarantotto arrestati e due con il divieto di dimora) che ha agito tra Jesolo ed Eraclea dal 1996 a oggi quale filiale del clan dei Casalesi sia capeggiata da tal Luciano Donadio, imprenditore trapiantato in Veneto da oltre venticinque anni ma nato e cresciuto a Giugliano. E che i suoi uomini siano in parte campani emigrati al Nord da moltissimi anni, in parte veneti da centinaia di anni. Un ibrido, appunto, che la Dda e la Guardia di Finanza di Venezia hanno considerato una sorta di sottoinsieme del clan Schiavone.

Complessa l’operazione che ha portato agli arresti per associazione mafiosa, truffa, riciclaggio, autoriciclaggio, usura. Tra i vari episodi contestati, anche l’elezione pilotata del sindaco di Eraclea, Mirco Mestre, arrestato per voto di scambio. Nel 2016 vinse le amministrative con 81 voti di scarto sul rivale. Il clan, recita l’accusa, gli aveva procurato un pacchetto chiuso di cento preferenze. In manette anche Denis Poles, direttore di una banca di Jesolo, il quale, come il suo predecessore (indagato a piede libero) consentiva ai componenti della banda di operare su conti societari senza averne titolo, concordando con loro l’interposizione di prestanome, omettendo sistematicamente di effettuare le segnalazioni di operazioni sospette. Poles, insomma, avrebbe avuto un ruolo fondamentale nel radicamento del clan sul territorio.

“Questa organizzazione – ha detto il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho – ha soppiantato la Mala del Brenta, che l’ha assorbita. Il clan era talmente in grado di controllare il territorio da entrare in contatto con altre organizzazioni, diventando il riferimento territoriale per la ‘ndrangheta e per i Casalesi”. È Cafiero a raccontare il ruolo e le frequentazioni di Poles: “La fidanzata aveva subito il furto di una valigetta con la sua tesi di laurea. Lui si è rivolto a loro per recuperarla, in meno di 24 ore tutto è stato restituito”.

Coinvolto anche un appartenente alla polizia di Stato, Moreno Pasqual, accusato di aver fornito informazioni riservate grazie all’accesso alle banche dati di polizia. nonché di averne garantito protezione e supporto a seguito di controlli subiti da parte di altre forze di polizia.

Il gruppo criminale, come detto, sarebbe stato costituito alla fine degli Anni 90 da Luciano Donadio, Raffaele Buonanno (60 anni, originario di San Cipriano d’Aversa ma domiciliato a Eraclea e a Casal di Principe), Antonio Buonanno (originario di San Cipriano) assieme a un nucleo di persone originarie di Casal di Principe e di altri centri dell’agro casertano (Antonio Puoti, Antonio Pacifico, Antonio Basile, Giuseppe Puoti, Nunzio Confuorto), via via implementata da altri soggetti sia campani e locali (come Girolamo Arena, Raffaele Celardo, Christian Sgnaolin). Raffaele Buonanno sarebbe imparentato tramite la moglie con la famiglia Bianco e e Francesco Bidognetti. Il battesimo in Veneto nel settore dell’edilizia, dedicandosi poi all’usura, alle estorsioni, al recupero crediti, al traffico di armi (segmento affidato ai vecchi uomini di Felicetto Maniero).

Nel corso delle indagini sono state sventate alcune rapine, anche in abitazione. L’organizzazione si è finanziata anche con la produzione di fatture per operazioni inesistenti per molti milioni di euro, grazie ad una fitta rete di aziende intestate anche a prestanome poi oggetto di bancarotta fraudolenta. Oltre alle frodi all’erario per reati tributari, spiccano quelle all’Inps, attraverso false assunzioni in imprese di 50 persone contigue al sodalizio, allo scopo di ottenere indebitamente l’indennità di disoccupazione per circa 700mila euro.

Ma nulla di quanto emerge da una prima lettura delle carte giudiziarie sulla mafia nell’area metropolitana di Venezia rimanda al potere pervasivo dei Casalesi in Emilia Romagna e in Toscana. Nelle province di Modena e Reggio Emilia, nel Valdarno e in Versilia, non si sono impiantati emuli di Schiavone-Sandokan o di Bidognetti ma direttamente i loro figli, fratelli, luogotenenti. Diventando, quelle aree, una sorta di frazione criminale di Casal di Principe e dintorni.

Il primo arresto di uno dei figli di Schiavone risale a una decina di anni fa a Rimini. Il primogenito del boss, Nicola, condannato all’ergastolo e oggi collaboratore di giustizia, aveva casa e lavoro da quelle parti. E in Emilia Romagna la sede delle sue società più redditizie, quelle legate alle scommesse online, legali e clandestine. Stessa zona per le imprese del gruppo Zagaria, stessa area per gli immobili di Antonio Iovine. E in Toscana, eccoli di nuovo schierati in prima persona. Non da oggi ma dalla fine degli anni Ottanta quando, con la scomparsa di Antonio Bardellino, il clan rinunciò alle sue mire sulle rotte sudamericane per ripiegare sulle più prossime strade italiane. Non più cocaina ma il più sicuro mattone: quello che è stato il core business dell’organizzazione fino all’arresto di tutti i suoi capi.