Maurizio Giordano, Sostituto Procuratore della DDA di Napoli, ne ha tracciato la parabola genetica ed evolutiva nel corso della presentazione di Pascià, l’ultima fatica letteraria del giornalista d’inchiesta Salvatore Minieri, un libro che ha venduto tantissimo arrivando a tre ristampe e la nuova edizione, arricchita dai nuovi documenti sui quali l’autore è riuscito a mettere le mani dopo che erano stati fatti sparire dalla borghesia formiana, continua a fare scalpore.

Il perché di tanto successo, secondo Giordano, è dovuto proprio all’attualità dei temi trattati che oggi ritornano nella fase strutturale del clan dei casalesi, oltre che alla bravura dell’autore che è riuscito a ricreare il pathos di quei momenti come quelli che precedono l’esplosione del Seven Up di Formia, la più grande discoteca d’Europa e simbolo del potere dei Bardellino, nel quale persero la vita anche due ragazzi. Per trent’anni si è parlato di un incidente fino a quando Minieri prende quei documenti e, da una perizia della polizia, viene fuori che in ogni stanza della discoteca furono trovate taniche di olio di vasellina, il più potente conduttore di detonazione. Volevano fare una strage che non è riuscita.

La disamina degli interessi del clan Bardellino nel settore dei rifiuti, immobiliare e commerciale, attraverso la costruzione della famosa discoteca, induce a riflettere sugli scopi del clan dei casalesi e sulla sua evoluzione attuale.

Esso nasce con la morte di Antonio Bardellino, il quale aveva creato un impero di potenza mostruosa. Fu il primo ad affiliarsi a cosa nostra trasmettendone i principi cardine all’interno del suo sodalizio: l’idea di una struttura verticistica, ed un’organizzazione che ricicla danaro proveniente dall’ attività internazionale di droga. Queste somme spaventose che entravano sul territorio casertano crearono una forte fibrillazione al suo interno che portò alla rottura degli equilibri.

Le collaborazioni di giustizia di Carmine Schiavone e Dario De Simone, affiliati al clan dei casalesi, hanno aperto per la prima volta uno squarcio nella struttura del clan, la cui ricostruzione è stata fatta nella sentenza Spartacus

Il Seven Up era il simbolo del potere dei Bardellino e sono qui le ragioni che portarono all’eliminazione fisica di Antonio Bardellino e del nipote da parte delle famiglie casalesi da cui poi è nato il titolo “clan dei casalesi”: Schiavone, Bidognetti, De Falco e successivamente Zagaria.

Il clan dei casalesi ha poi vissuto 3 fasi. Quella iniziale, di violenza pura, contro i cutoliani ed i postbardelliniani che furono tutti uccisi nell’arco di 3 anni. Dal 1985 al 1988-9, ci furono oltre 150 omicidi. Il periodo più buio della storia dei casalesi, un far west.

Vi fu poi la fase del consolidamento sociale dove il clan mafioso, affermatosi sul territorio, lo amministra e ricorre alla violenza solo quando un collaboratore non rispetta i patti. Questa fase che va dagli 1988-90 all’anno 2009, segna la fine delle azioni di fuoco del clan che entra nella terza fase, quella attuale dove vi è una forte risposta dello Stato che riesce ad assicurare alla giustizia i suoi capi storici, ed a decimarne il gruppo di fuoco ma, prima di tutto, il clan si è evoluto, ha compreso che per raggiungere i suoi scopi non c’è più bisogno di uccidere ma basta far studiare le nuove leve nei migliori collegi europei, ricorrendo a professionisti che diano i consigli giusti per poter investire e riciclare denaro, investendo in attività e gruppi societari attraverso risorse che provengono da altri filoni che non sono più quelli della droga ma ugualmente redditizi. Nella fase attuale, già ideata da Bardellino con quegli investimenti di cui si parla nel libro, ed è qui il suo messaggio di straordinaria attualità, il clan dei casalesi, da fenomeno criminale e sociale è divenuto fenomeno criminale strutturale perché quando un clan controlla l’economia, il terziario, lo sviluppo illegale dell’attività d’impresa, quella è un’attività che si è fatta struttura in senso sociologico.

«L’attività che si conduce oggi è quella di osservare il fenomeno criminale nella sua estensione patrimoniale – conclude Giordano – Abbiamo conseguito importanti risultati, confiscato patrimoni enormi e sequestrato ingenti flussi di denaro, attività, imprese. Ma non bisogna abbassare la guardia perchè il clan dei casalesi ha smesso di sparare ma vi assicuro che è terribilmente vivo ed è molto più insidioso di quanto non lo fosse negli anni 80 e 90 perché questa sua capacità camaleontica di inserirsi in determinati contesti di tipo commerciale, imprenditoriale sociale rende molto più difficile discernere ciò che è legato a quegli ambienti e ciò che invece non lo è. Ma non arretreremo nemmeno di un passo».

di Girolama (Mina) Iazzetta