Della terra dell’agro atellano è il regista Angelo Cretella, che abbiamo avuto la fortuna di intervistare. Tra i suoi impegni cinematografici ricordiamo la direzione del cortometraggio nel 2004 “Casca il mondo casca la Terra” conservato nell’Archivio della Pace della Regione Campania per i suoi contenuti sociali, la realizzazione, nel 2009 con la Blow Up Film, di “Dio (ce)”, un documentario sulla provincia di Caserta e i cortometraggi “Tour De Vie” e “DisAbili”, quest’ultimo vincitore, tra l’altro, del premio Amnesty International al 40° Festival Internazionale di Giffoni. Oggi insegna, all’I.S.I.S.S. Enrico Mattei di Caserta, Linguaggio per la cinematografia e la Televisione e Tecnica e Organizzazione della produzione cinematografica. L’attenzione di Angelo Cretella, nella maggior parte dei suoi cortometraggi, è focalizzata sulla nostra terra e i suoi problemi: la tanto amata e odiata Terra dei Fuochi. Un tema che tocca tutti, ma Angelo non vuole sottolineare la negatività degli eventi che interessano la nostra terra, quanto la capacità che si deve avere nel far in modo che tutto, in ogni caso, vada per il meglio. Scopriamo un po’ il mondo del cinema insieme ad Angelo.

Cosa ti appassiona di più del mondo cinematografico?
«Del cinema quello che mi piace di più è l’esperienza comune. Costruire un progetto che per essere portato alla luce necessità della professionalità e della volontà di tanti».

Primo lavoro come regista? Quanto successo ha avuto?
«Il primo lavoro che ho girato è un corto di due minuti per il quale ho utilizzato come attori i miei piccoli nipoti. Un’esperienza che mi rimane ancora addosso. Mi piace, quando giro, sentire la troupe come una famiglia. Il corto non ha avuto nessun successo, se non per il fatto di essere stato proiettato in alcuni festival. Quello che è successo però, è che mi è piaciuto farlo e così ho continuato».

Subìto critiche o scoraggiamenti? Come hai reagito e cosa ti senti di dire a chi si avvicina a questo lavoro?
«Le critiche maggiori arrivano soprattutto da me stesso. Sono il primo spettatore e di sicuro tra quelli più esigenti. Non sono mai capace di mettere un punto e sono poche volte soddisfatto. Credo sia legato alla mia natura di autodidatta: imparo continuamente dai miei errori e ne faccio continuamente di nuovi. Il consiglio è di studiare, andare tanto al cinema ed essere perseveranti perché serve tanta pazienza».

Qual è la tua concezione di cinema?
«La mia idea di cinema, nell’era di Netflix, è molto antiquata. Mi piace vedere i film in sala perché, oltre alla visione, sono interessato alla condivisione: stare seduto con persone che non conosco di fronte ad un telo bianco sperando di emozionarci insieme».

Regista preferito? Perchè?
«Domanda a cui è impossibile rispondere. Mi limito a citare i fratelli Dardenne perché ho dedicato al loro lavoro la mia tesi in filosofia. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo».

Che differenza c’è tra cinema italiano e americano?
«Il cinema in America è una grande industria. In Italia si fatica molto da questo punto di vista anche se negli ultimi anni, soprattutto grazie alla produzione delle serie televisive, il concetto sta cambiando».

È vero che il vero problema del cinema italiano è la distribuzione?
«Sì, quello della distribuzione è il grande problema del cinema italiano. Ci sono film bellissimi che purtroppo non riescono a trovare sale oppure che ne hanno pochissime e dopo una sola settimana vengono tolti dalla programmazione. Credo che i film vadano tutelati, accompagnati. Se le opere ricevono finanziamenti dal MIBACT per essere prodotti mi sembra assurdo che poi non siano successivamente aiutati ad essere visti».

Progetti futuri?
«Il progetto futuro è “L’ultima notte dell’anno”. È la mia opera prima scritta con Maurizio Braucci, Giusi Marchetta e Marco Racca e che sarà prodotta dalla Resilienza Film di Alfonso Santoro. Spero che sia un futuro molto prossimo».

di Flavia Trombetta

Tratto da Informare n° 185 Settembre 2018

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