“Ciclisti, che gente!”. La critica d’arte del Prof. Roberto Nicolucci

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Eccoci, forza, un selfie: inquadra, posta, in tempo reale trasmetti agli amici, fai vedere sui social a chi ti conosce e a chi no, il tuo viso, i tuoi occhiali nuovi, la tua nuova fiamma, mentre dietro di te sudore, fatica, muscoli e cuori sfilano come uno scenario di fondo, come comprimari decorativi.
E invece no. Nonostante la banalizzazione mediatica, al di là dello svuotamento per immagini di ogni fatica umana, di ogni nobile sfida dell’uomo con i propri limiti, l’uomo e la bicicletta sono ancora là lungo strade dritte e assolate, sotto la pioggia battente, salendo come strani stambecchi rotolanti lungo le strade di montagna, le Dolomiti, le Alpi, gli Appennini che siano. È il Giro d’Italia, il ciclismo, l’icona popolare ed eroica dello sport, il mito e la realtà della fatica sublimata in opera d’arte.
E Arte diviene per questo nelle mani e nel genio di tanti artisti, da Treccani a Sironi, da Guttuso a Sassu. Quegli uomini e quelle ruote in movimento colpirono già, come era naturale, i Futuristi: Balla, innanzitutto.
Come non poteva non essere se il manifesto della Pittura Futurista recitava: “Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi ma appare e scompare incessantemente. Per la persistenza della immagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono”. Eppure non è nel movimento che l’afflato etico, eroico del ciclismo si materializza, ma nell’ipostatizzazione dello sforzo nel momento ripetuto ma plastico e unico delle pedalate, delle spalle tese, dello sguardo volto in avanti verso un traguardo che non si vede, curva dopo curva. Prendete ad esempio “Il Ciclista” di Mario Sironi, un olio su tela ora a Palazzo Venier dei Leoni a Venezia, nella Collezione Guggenheim: con pennellate brevi, forti che delineano il prato al fianco della strada, con il veloce bianco del girare delle ruote, con la curva che si avvicina come l’ennesima sfida, lo sforzo delle gambe sottolineato da pennellate più ampie.

Eccola la salita, ecco l’uomo solo al comando. Oppure in quel meraviglioso museo all’aperto che dal 1956 è Arcumeggia in provincia di Varese, su un muro ecco Coppi e Bartali, “I corridori” di Aligi Sassu; Sassu è stato il poeta iconografico del ciclismo.
Oli su tela, disegni che sono diventati addirittura un libro del mitico Gianni Brera in cui si rappresenta in maniera vivida e realistica la triade sacra del ciclismo: Fatica, Sforzo e Lotta. Leggiamo le parole del maestro Sassu: “Da ragazzo correvo in bicicletta. Era la mia stagione eroica, adoravo il fruscio delle gomme leggere sull’asfalto, l’odore acre di fumo, di bagnato, di terra che assorbivo, la testa incassata nelle spalle, chino sul manubrio attraverso i paesi, le campagne, gli acciottolati sconnessi di volata (…) solo chi ha lungamente lottato sulle strade può comprenderne tutta la poesia”. Infondo nei suoi dipinti sul ciclismo il maestro ci ha consegnato il suo più intimo autoritratto!

di Roberto Nicolucci

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N°229 – MAGGIO 2022

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