Ci sono vite che valgono meno

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Le vite non sono tutte uguali, non valgono tutte allo stesso modo. Valgono meno quelle degli emarginati, dei più deboli, degli ultimi, di quelli che dal ciglio della strada osservano scorrere le vite degli altri, desiderando ardentemente di averne avuta una diversa, di vita.

Valgono meno le vite dei disperati che si gettano su un barcone abbandonando la terraferma, consapevoli che potrebbero non rivederla un’altra volta. Ancora meno quelle dei ragazzi nati in un corpo diverso, alieno, che hanno probabilmente trascorso l’ultima metà della propria vita alla ricerca di un po’ di pace. A sentirsi dire di essere malati, sbagliati, indegni, senza però mai riuscire a rinnegare quel desiderio viscerale di essere diversi.

Valgono meno le vite di ragazzi normali, ordinari con tutte le loro peculiarità, che in un mondo incancrenito dall’odio e dall’ignoranza si arrogano il diritto di vivere una vita serena, libera, prendendosi la briga di andarsi a conquistare il proprio posto nel mondo e la propria serenità senza preoccuparsi di cosa possa essere reputato giusto e cosa sbagliato, a patto soltanto che li renda felici. Ragazzi che vivono come vogliono, che amano chi vogliono, perché non sarà di certo amare una persona del proprio sesso a compromettere la propria essenza. Ragazzi che scelgono di difendere un ideale, una persona più debole, restando vittime innocenti ai piedi di quella violenza che si erano sempre impegnati ad ostacolare.

Vale meno la vita di chi non sa aggredire, di chi non sa far del male, perché ad essere troppo buoni, troppo altruisti, in un mondo brutale come il nostro, ci si rimette sempre.

Ma come fanno una madre e un padre ad accettare che la vita del proprio figlio valga di meno? Che durante una serata di divertimento come tante, quattro energumeni abbiano deciso che il mondo, con o senza il loro bambino sarebbe andato avanti lo stesso e che pestarlo a morte sarebbe stato un modo come un altro per passare una serata diversa? I genitori di Willy Monteiro hanno chiesto giustizia, non vendetta, ed è purtroppo quella che stanno avendo. Una giustizia ridicola e obsoleta, che si preoccupa di sancire chi abbia sferrato il colpo mortale per decretare una pena equa, come se fosse stato veramente quel colpo a fare la differenza. Un sistema impegnato a evitare che i quattro colpevoli subiscano ritorsioni da parte degli altri detenuti, come se in carcere ci fossero per colpe non commesse.

Come può un fratello uccidere una sorella senza sensi di colpa o rimorsi, perché meglio morta che infettata dalla malattia dell’omosessualità? Come se la malattia più necessaria da debellare non fosse l’ignoranza, che continua silenziosa e imperterrita a mietere vittime. E a pagarne le conseguenze è sempre chi non ha colpe. Maria Paola non tornerà più a casa, non vivrà più, ed è l’ennesima sconfitta per il mondo intero. Per tutte le Maria Paola che non hanno mai trovato mani tese da stringere, che hanno dovuto sempre fingere di essere chi non erano, anche con chi per primo avrebbe dovuto sostenerle.

Non ci sono vite che valgono di meno, e quello di poter decidere per le vite degli altri è un diritto di cui nessuno dovrebbe mai appropriarsi. Perché morire per una malattia, per un incidente, è una fatalità che non si può evitare, ma morire per odio altrui, quello sì. Ed è una realtà che non si può accettare. Mai.

di Teresa Coscia

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