In un clima di guerra ai poveri, dove la povertà e l’emarginazione vengono considerati crimini da scontare, Napoli, ancora una volta, ha una bella storia da raccontare. È la storia della Chiesa di Sant’Antonio a Tarsia, uno dei tanti edifici abbandonati che, grazie all’azione di associazioni e volontari, riapre le sue porte per trasformarsi in un dormitorio autogestito.
Siamo nel cuore del centro storico, a Montesanto, e ad accompagnarci in questo viaggio è A., da anni volontario di Napolinsieme che con, un passato difficile alle spalle, ha iniziato col militare nell’associazione Liberi di Volare.
«Ho partecipato a laboratori di artigianato, in particolare mi dedicavo alla realizzazione di corone. Quest’attività mi ha aiutato molto a riflettere sulla mia vita. Ho ricevuto molto in passato e ho deciso che era venuto il momento di iniziare a dare. Ora mi sento gratificato».
A., infatti, uno dei volontari del progetto di accoglienza, ci racconta che tutto iniziò due anni fa, quando durante l’emergenza freddo, che portò alla morte circa 15 persone, l’Ex-Opg Occupato aprì le porte ai senzatetto. Da quell’esperienza nacque la Rete di Solidarietà Popolare che riunisce varie associazioni, tra cui Napolinsieme, Ex-Opg, Liberi di Volare e Nessuno escluso, tutte accomunate dallo stesso obiettivo: la lotta alla povertà.
«In primis, fu richiesto al Comune di aprire le stazioni della Metro e di mettere a disposizione più immobili da destinare all’accoglienza, ma per i soliti vincoli burocratici non fu possibile. Scrivemmo anche una lettera al Cardinale Sepe, responsabile dell’immenso patrimonio immobiliare appartenente alla curia partenopea, ma non ci fu data risposta. A quel punto decidemmo di organizzarci autonomamente».

La Chiesa di Sant’Antonio a Tarsia, risalente al ‘500 e affiancata da un convento che circonda il chiostro, apparteneva all’ordine dei Redentoristi che, nel 2012, decise di metterla in vendita. Lasciata all’abbandono e all’incuria, la chiesa è stata più volte saccheggiata. I volontari della Rete, pur avendo cercato di ottenerla in comodato d’uso, non hanno avuto successo. L’acquirente, invece, sembra dover essere la Fondazione Morra, già proprietaria di tre edifici nel quartiere (Casa Morra, Museo Nitsch e Associazione Shozo Shimamoto).
«Il 2 febbraio dell’anno scorso, aprimmo le porte della Chiesa per dare riparo ad alcuni senzatetto. Sistemammo più di 10 letti tra il confessionale e l’altare. Dopo qualche giorno, trasferimmo i letti nelle due stanze della sacrestia, creando due dormitori da destinare rispettivamente sia agli uomini che alle donne, e anche una piccola mensa dove ogni sera cenavamo insieme. Iniziammo una dura resistenza, affrontando denunce per occupazione abusiva, false accuse, controlli delle autorità e irruzioni anche aggressive da parte di chi voleva acquistare l’immobile. Poi, a maggio, decidemmo di occupare anche i piani superiori, ripulendoli con l’aiuto sia dei volontari che degli ospiti stessi, che hanno messo a disposizione le loro competenze. Il tutto è stato possibile anche grazie al contributo del quartiere che ha mostrato tantissima solidarietà portando ogni giorno abiti, pasti caldi, coperte, ma anche offrendosi di dare una mano».

La struttura oggi contiene cucine, bagni, sale adibite a mensa e altre destinate ad attività culturali, come mostre e laboratori, e un guardaroba solidale aperto al pubblico ogni sabato e domenica. Al piano superiore ci sono diverse stanze da letto, dove ognuno può ritrovare il proprio spazio e la propria dignità. La luce del sole penetra con violenza nei corridoi, dalle ampie finestre e dal bellissimo terrazzo con vista su Napoli, e dona un po’ di calore, insieme a quello dei volontari che si impegnano ogni giorno per creare un’atmosfera così familiare.
«Chi arriva qui non ha limiti di tempo. Li aiutiamo a riprendere in mano la loro vita e ciascuno può decidere autonomamente quando lasciare posto agli altri. L’unica cosa che si richiede a tutti è di rispettare i principi di solidarietà, di partecipazione e di reinserimento».
Gli ospiti sono circa 15, in modo da poter conoscere e individuare al meglio le esigenze di ciascuno. Lo scopo, infatti, non è solo dargli un tetto, ma regalargli un minimo di stabilità, insieme alla dignità di lottare per i propri diritti.

«Molti non sapevano di avere diritto ai sussidi o alla pensione nella loro condizione. Abbiamo aperto allora, in collaborazione con l’Ex-Opg, uno sportello per guidarli nell’acquisizione della residenza virtuale, per poter aver accesso a un medico di base, a pensioni minime e di invalidità».
La maggior parte degli ospiti sono stranieri, in maggioranza uomini. Alcuni, con problemi di alcol e tossicodipendenza, hanno bisogno di essere inseriti in percorsi riabilitativi. Altri, avendo perso il lavoro o la famiglia da un giorno all’altro, si ritrovano abbandonati a loro stessi.
Tra questi, una donna pugliese di 60 anni, G., che dopo essersi separata e licenziata da un’azienda di Milano, si è ritrovata in strada. Si trasferisce a Napoli, dove trova posto all’interno di un dormitorio pubblico, ma solo per 15 giorni ogni mese, per via del sistema di rotazione; circa 8 mesi fa, dopo essere stata segnalata da Nessuno Escluso, viene accolta dalla Chiesa di Sant’Antonio.
A., invece, ha 42 anni ed è l’ultimo rimasto dei 15 arrivati il primo giorno di apertura della chiesa.

È un giornalista politico, scappato anni fa dal Marocco per l’impossibilità di opporsi al regime.
Incontriamo poi il sorriso di M. che 28 anni fa è arrivato in Italia dall’Algeria, per poi finire in strada qualche mese fa. «Prima vivevo in un posto orribile, dove ognuno pensava a sé stesso. La gente passa dalle stelle alle stalle io sono passato dalle stalle alle stelle. Mi sento salvato», ha dichiarato M. Le storie in cui ci si imbatte entrando in un posto come questo sono tante e lasciano tutte senza fiato.
Di fronte all’aumento spropositato delle persone in condizioni di difficoltà economica e di coloro che rischiano di morire di fame, di freddo e di malattia, il progetto della Rete di Solidarietà Popolare è un grande esempio, che dimostra come anche senza l’aiuto delle istituzioni, col giusto impegno sia possibile ricostruire vite e restituire speranza, soprattutto quando si tratta degli “invisibili” delle strade, che molto spesso hanno bisogno ancora più che di cibo e coperte, di essere ascoltati e guardati negli occhi da qualcuno.

 

TRATTO DA Magazine Informare N°190
Marzo 2019