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Chi ha paura del Partito Democratico?

Donato Di Stasio 25/10/2022
Updated 2022/10/25 at 10:52 AM
8 Minuti per la lettura

Le insidie e i problemi del partito di centro-sinistra

Le elezioni politiche del 25 settembre scorso e la conseguente vittoria del centrodestra, che ha dato il via nel paese al primo governo della storia repubblicana guidato da una donna, Giorgia Meloni, pongono una serie di interrogativi per il centrosinistra a trazione Pd: che cosa abbiam sbagliato? Perché il fronte progressista non è mai riuscito ad eleggere una donna Presidente del Consiglio? Come riconquistare la fiducia dell’elettorato? E, soprattutto, saremo in grado di fare un’opposizione coesa insieme alle altre forze politiche di minoranza?

Il nuovo Governo Meloni, che tra oggi e domani si presenterà alla Camera e al Senato per la fiducia, ha senza ombra di dubbio una leader forte e “carismatica“. Carisma nel greco profano significa “dono”, e Giorgia Meloni ne ha sicuramente uno, se non due o tre: mostrare sempre sicurezza e fermezza sulle scelte e prese di posizione del partito, anche quando queste hanno significato essere l’unica forza di opposizione del governo; creare affezione e un legame sempre più solido con i suoi elettori (Meloni è stata l’unica leader di Fratelli d’Italia dalla sua nascita nel dicembre 2012); riuscire a strappare una parte dei consensi degli alleati Lega e Forza Italia che, rispetto alle elezioni del 2018, hanno incassato rispettivamente il -9% e il -6% dei voti. Una certa dose di scaltrezza e furbizia, dunque. Torniamo però al Pd e alle domande iniziali, ponendocene un’altra: oggi chi ha paura del Partito Democratico?

Troppe guide in pochi anni: dal 2012 a oggi il Partito Democratico ha avuto sette segretari

Se provassimo a fare un paragone tra i due partiti più votati d’Italia, Fratelli d’Italia e Partito Democratico, il primo dato eclatante che emergerebbe è quello relativo ai vertici di entrambi. Giorgia Meloni, dalla fondazione di Fratelli d’Italia ad oggi, è stata l’unica leader del partito. Mai nessun dubbio su di lei e su un possibile cambio di figura in sua sostituzione. Così in dieci anni, Meloni è passata dai pochi punti percentuali alle elezioni del 2013 al 26% del 25 settembre e via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia sita a Roma, è diventata simbolo del potente che accoglie il più debole della coalizione, come è accaduto con la visita di Silvio Berlusconi prima della formazione del nuovo governo.

Il Pd, invece, se consideriamo gli ultimi dieci anni, ha avuto diversi segretari di partito, forse anche troppi, e spesso con personalità differenti: dal 2012 si sono succeduti nell’ordine Pier Luigi Bersani, Guglielmo Epifani, Matteo Renzi, Matteo Orfini, di nuovo Matteo Renzi, Maurizio Martina, Nicola Zingaretti ed Enrico Letta. Questo potrebbe essere uno dei motivi che non ha permesso al Partito Democratico di vincere le elezioni nelle ultime quattro tornate, aumentando la disaffezione e il distacco che esiste oggi tra l’elettorato e i rappresentanti politici, che comunque ha interessato non solo il Pd ma tutte le forze politiche in campo. Dopo la vittoria del centrodestra, Enrico Letta in conferenza stampa ha subito comunicato l’esigenza di un nuovo congresso del partito che dovrebbe tenersi all’inizio del prossimo anno, al quale non sarà candidato, facendo presupporre quindi un nuovo cambio alla segreteria del partito. Si dovrebbe trattare, e usiamo il condizionale perché alcuni dirigenti hanno chiesto al segretario dem di non lasciare la sua posizione, dell’ottava figura diversa che dovrà riuscire nell’impresa che i suoi predecessori hanno fallito: garantire stabilità, magari proprio attraverso una figura carismatica. È questo che sperano gli elettori dei democratici.

Il pericolo Conte e la crescita del Movimento

Altro dato emerso dalle elezioni di fine settembre è la netta ripresa del Movimento 5 Stelle a poche settimane dal voto. Il partito di Giuseppe Conte ha raggiunto il 15% e, secondo uno dei sondaggi pubblicati su La Stampa martedì 18 ottobre, i pentastellati avrebbero guadagnato un altro punto percentuale, avvicinandosi ulteriormente al 19% ottenuto dal Pd. Inoltre, si può dire che il M5S abbia cambiato la sua natura: nei primi anni poteva essere considerato populista, mentre oggi il suo leader, nelle interviste rilasciate a quotidiani ed emittenti televisive, si definisce vero e proprio progressista, abbracciando ideali e lanciando proposte a favore dei più deboli, come il Reddito di Cittadinanza e il salario minimo per i lavoratori, che il Pd rivendica come sua idea. E il Movimento non accenna a fermare la sua crescita e ascesa tra la popolazione, visto che gli “elettori di sinistra” ormai si sentono più rappresentati dal partito di Conte e non dal Pd. O’ Masaniello, così come è stato ribattezzato nel sud Italia, potrebbe diventare così il leader dell’intero schieramento progressista nei prossimi anni, e ci si domanda se, dopo la scelta di presentarsi da soli alle elezioni, Pd e M5S riusciranno a mettere in piedi un’opposizione forte, coesa e unita.

Pd e la distanza da quei progressisti del dopoguerra

C’erano una volta i democristiani, ideologicamente cattolici ma con posizioni molto più vicine alla sinistra; e i socialdemocratici che, insieme ai primi, promossero riforme a favore delle fasce sociali più deboli della società dal dopoguerra fino agli Settanta, a partire da quella agraria. Certo, le epoche storiche sono completamente differenti: in quegli anni si viveva il miracolo economico italiano, oggi invece si paga ancora lo scotto della crisi economico-finanziaria del 2008, acutizzata prima dal Covid-19, poi dalla guerra in Ucraina e dalla crisi energetica che ne è scaturita. Mettendo però un attimo da parte le crisi che il mondo sta vivendo in epoca odierna, tanti sono gli elettori che non si riconoscono più nel Partito Democratico, considerato poco attraente sia dai giovani, che preferiscono virare altrove, ma anche da alcuni vecchi elettori del partito. Infatti, secondo una piccola indagine e un piccolo questionario sottoposto a 50 persone della fascia d’età 25-50 anni che nelle precedenti tornate elettorali hanno votato almeno una volta per il Partito Democratico, è emerso che ben 18 persone hanno cambiato la propria preferenza a favore di un’altra forza politica. La differenza da quei progressisti del dopoguerra è che ora il Pd sembra essere diventato un partito d’élite, disancorato dalle problematiche dei poveri. Anche su questo la classe dirigente dem dovrà riflettere in futuro.

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