Intendiamoci, non è che C’era una volta a… Hollywood sia un brutto film. Il fatto è che è proprio difficile definirlo un film, intendendo come film una storia che ha una sua naturale evoluzione. Manca di quella linea rossa che lega insieme tutti gli avvenimenti e li rende importanti, permettendoti di dire che film è. È un film su un attore fallito che tenta di recuperare la propria dignità? È un film sulla morte della vecchia Hollywood alla fine degli Anni ‘60? È un film su uno stuntman senza lavoro che s’imbatte nella Famiglia Manson e gli impedisce di portare a termine i loro famosi omicidi? È un film su chi era davvero Sharon Tate?

Queste sono tutte idee interessanti di film potenzialmente fantastici.

La prima, con protagonista Leonardo DiCaprio, è la meglio riuscita: l’attore statunitense ci regala una delle sue migliori interpretazioni, portando risate come lacrime di compassione.

La scrittura di Tarantino, in questa prima ipotesi, ti fa davvero tifare per il suo personaggio. La seconda, ignora e disprezza il fenomeno della Nuova Hollywood, capitanato da registi come Coppola, Kubrick e Scorsese, e ridicolizza il cinema europeo come un mucchio di filmacci di Cinecittà. Mette da parte la resurrezione di Hollywood e la maestria di geni come Pasolini, Godard, Bergman e altri, per mettere invece sul piedistallo la cultura trash che Tarantino tanto adora.

La terza, è un tipico film di Tarantino che si sforza troppo di sembrare un film horror nella prima parte e di essere una Tarantinata nel finale, tanto da far girare la testa per il contraccolpo. Per di più, l’indagine dello stuntman, interpretato da Brad Pitt, si perde nel nulla a metà film e la Famiglia Manson ricompare giusto negli ultimi dieci minuti, per far vedere a tutti quanto è figo Brad Pitt quando li sconfigge tutti come niente da Mary Sue sociopatica, che non mostra mai un’emozione a parte l’ironia. La quarta si riduce a scene che mostrano quanto sia simpatica e dolce Sharon Tate, senza far andare avanti la trama o esplorare il suo personaggio. Charles Manson stesso, infatti, fa capolino in una sola scena.

Le scene singole sono belle, ma la somma delle parti è meno delle parti stesse.

E poi c’è quella scena con Bruce Lee, che è davvero l’ultima cosa che mi aspettavo da Quentin Tarantino. Una scena che presenta Bruce Lee, l’artista marziale più famoso al mondo, l’uomo che distrusse le barriere razziali di Hollywood e rese le arti marziali popolari in Occidente con soli quattro film, come un pallone gonfiato cinese che viene pestato da Brad Pitt per dimostrare quanto è figo il suo personaggio super-Americano bianco, biondo e con gli occhi azzurri. Una scena fortemente razzista che rappresenta esattamente la stessa visione che Hollywood aveva di Bruce Lee in quegli anni, prima della sua morte, da uno dei registi più influenzati dai film di Lee stesso.

Sono uscito dalla sala con un grande senso di confusione e indifferenza, alla fine, ed è un peccato. Poteva essere un bel film.

di Lorenzo La Bella

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