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L’associazione Officina Volturno contribuisce alla diffusione e all’informazione delle attività condotte dal Centro Laila da oltre 20 anni.

In un momento di difficoltà generale del territorio e in particolare di questa realtà, è sembrato opportuno dare voce ai fondatori dell’iniziativa. Pertanto, quando abbiamo deciso di visitare il Centro Laila eravamo consapevoli di incontrare un’associazione che opera sul territorio e che fa del bene ai meno fortunati e agli ultimi della società. Siamo stati nuovamente catapultati in un mondo parallelo, così lontano da quello che viviamo nel quotidiano, perché la diversità viene valorizzata attraverso la gioia della condivisione. I bambini del Centro Laila, nella loro semplicità, ci hanno insegnato la bellezza dello stare insieme, di vedere l’altro non solo come un compagno di giochi, ma come un fratello, facendo assumere alla parola famiglia, il significato più puro che possa esistere. Ad aprirci di questo mondo è stata Gisele insieme a tanti bambini che appena ci hanno visto ci sono corsi incontro per abbracciarci.

«Mio padre e mia madre hanno cominciato l’attività sul territorio 35 anni fa, ma lo Statuto e l’Atto Costitutivo sono del 1988. Accogliamo figli di immigrati, non per una nostra scelta particolare, ma per una specifica esigenza del territorio. Gli italiani si avvicinano, invece, per il supporto alla povertà che offriamo: alimenti, vestiti e beni di prima necessità».

Gisele e Laila gestiscono attualmente il centro e sono figlie dei due fondatori, un ex informareonline-centro-laila-35-anni-di-famiglia-e-speranza-(1)musicista e un ex circense arrivati a Castel Volturno all’inizio degli anni ‘80. Il papà fu incaricato da un’associazione sportiva di cercare tra gli immigrati (all’epoca in numero nettamente inferiore rispetto ad oggi) qualche talento. Cercando tra le abitazioni disastrate di coloro che lavoravano i campi, si imbatté in un rudere al cui interno c’era un bambino di 8 mesi, su una sediolina di plastica davanti ad una stufa a gas. La mamma urlando si avvicinò pregando di non chiamare le forze dell’ordine, perché il motivo per cui il bambino era da solo era che lei, per sfamarlo, doveva lavorare e non sapeva a chi lasciarlo. Commosso, il padre di Gisele e Laila, si propose di assistere il figlio mentre lei lavorava. Il giorno dopo si presentarono 43 bambini fuori alla porta della famiglia Luciano, dando il via a questa fantastica storia di solidarietà e amore.

«Crescere in questo ambiente è stato bellissimo. Erano tanti fratellini per noi, così come oggi i bambini accolti lo sono per i nostri figli».

Oggi, alle 6 del mattino, il papà di Gisele, alla veneranda età di 78 anni, va a prendere i minori nelle loro case e li porta al Centro, mentre la sua mamma prepara loro la colazione. Poi, i più grandi vengono accompagnati a scuola, mentre i più piccoli restano al Centro. Dopo la scuola tornano per il pranzo e per i compiti, prima di sbizzarrirsi in pomeriggi di giochi e di condivisione. «Ci occupiamo dei figli delle donne oneste – ci tengo a dirlo – che decidono di non fare lavori “brutti” e che proprio per questo vivono in condizioni di povertà assoluta. Purtroppo, non è semplice trovare un’occupazione, soprattutto sul nostro territorio». Un’accoglienza diurna che permette ai genitori, quindi, di spostarsi per cercare un lavoro, avendo la certezza che i propri figli siano al sicuro.

«Avevamo anche una struttura residenziale per accogliere i bambini che avevano bisogno di un posto dove dormire, ma purtroppo abbiamo dovuto chiuderla, per difficoltà economiche: i Comuni non pagano! I nostri bambini non rientrano in alcuna categoria, perché sono figli di immigrati irregolari e quindi non hanno diritti. Aiutiamo i dimenticati, i fantasmi, gli ultimi per la società e non riusciamo ad avere finanziamenti. Tutti gli aiuti previsti dalle Istituzioni sono per precise categorie di persone».

Evidentemente c’è una falla nel sistema, evidentemente nel mondo civilizzato del terzo millennio, ancora ci sono esseri umani che non hanno “diritto all’aiuto”, così come non ce l’hanno le associazioni che si propongono di supportarli.
«Ciò che ci tiene in piedi sono i progetti con fondazioni private, il 5×1000 e i volontari che fanno raccolte di quello che abbiamo bisogno, oltre alle sporadiche donazioni economiche».
La popolazione, invece, negli ultimi anni è in grande difficoltà sotto tanti punti di vista e non riesce a dare un grande supporto. «La gente di Castel Volturno è molto accogliente, ma per la situazione di povertà in cui versa è complicato dare un sostegno all’azione che compiamo».

Un territorio difficile, una situazione molto delicata che tocca il fenomeno dell’immigrazione, ma poi una famiglia, dei cuori, la volontà di rendere più bella la parte del mondo in cui si vive con la semplicissima formula dell’amore. Contro le difficoltà, contro le restrizioni, contro l’abbandono delle Istituzioni per ridare speranza a chi non vuole arrendersi alla strada semplice del male, ma vuole sorridere al futuro e credere in un domani migliore.

 

di Angelo Velardi

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°199
NOVEMBRE 2019

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