È successo perché era distratto, era al telefono!” Quante volte ascoltiamo quest’affermazione, in concomitanza di qualche accadimento con conseguenze a volte anche gravi. Eppure la telefonia mobile, una delle grandi innovazioni del secolo, corre il rischio di far divenire buona parte della popolazione ossessionata dall’uso dello smartphone.

Un’indagine dell’Eurispes relativa al 2018 rileva che su un campione intervistato l’89,6% possiede un cellulare e/o uno smartphone, che lo cambia quando non funziona più (64,7%) oppure quando il proprio dispositivo è stato superato da un altro modello (16,2%).

Da qui gli usi più svariati nei posti più diversi, anche quando non si dovrebbe. Si passa da una percentuale del 30,6% che lo utilizza quando è ferma ai semafori fino al 23% che non può farne a meno mentre è alla guida nonostante il sistema Bluetooth.

L’indagine scopre anche che gli italiani usano lo smartphone a letto, al risveglio o prima di dormire con un picco nelle fascia di età compresa tra i 18-24 anni pari al 91,8%. Un nuovo modo di comunicare che sta ridefinendo le modalità dell’interazione e le abitudini quotidiane di moltissime persone.

Questo gran senso di libertà e di essere sempre raggiungibili mostra delle ripercussioni sulla salute. Si trasforma, infatti, in un vero e proprio disturbo, definito ‘ringxiety’, crasi delle parole inglesi ‘ring’ (squillo) e ‘anxiety’ (ansia), è conosciuto come “nomofobia”. È quanto emerge da uno studio della Scuola di psicoterapia Erich Fromm, realizzato in occasione del XVIII Congresso mondiale di Psichiatria dinamica, svoltosi a Firenze dal 19 al 22 aprile 2017.

A tal riguardo, nonostante i sintomi siano molto simili a quelli dell’ansia, un ulteriore studio condotto da ricercatori dell’Università Federale di Rio de Janeiro sembra indicare che la nomofobia sia da considerare una dipendenza patologica. Si può parlare di nomofobia quando una persona prova una paura sproporzionata di rimanere fuori dal contatto di rete mobile, al punto da sperimentare effetti fisici collaterali simili all’attacco di panico: mancanza di respiro, vertigini, tremori, sudorazione, battito cardiaco accelerato. Nel 2014 gli italiani Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente, ricercatori dell’Università di Genova, avevano proposto di inserire questa patologia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Infine, il disagio più grande è sicuramente quello di correre davvero il rischio che queste persone possano risultare “assenti” nei legami affettivi.

Una delle strategie più efficaci per combattere questa dipendenza potrebbe passare da azioni molto semplici, come non tenere lo smartphone a portata di mano quando non vi è necessità di utilizzarlo e autocontrollarsi. Ritornare a comunicare con le persone, quindi, pur non escludendo del tutto la tecnologia, cercando di essere empatici non solo con l’invio di una “emoticon”, ma anche con un semplice sorriso. La vera rivoluzione è continuare ad impegnarsi a restare veri.

di Antonio Di Lauro

Tratto da Informare n° 185 Settembre 2018