Castel Volturno prima e dopo: intervista a Padre Antonio Palazzo

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Intervistare una figura eminente come quella di Padre Antonio Palazzo è fondamentale per riuscire a comprendere a pieno l’evoluzione comportamentale e territoriale di un posto particolare come Castel Volturno. Durante tutto il suo mandato (che continua ancora oggi), Padre Antonio, non solo ha avuto l’occasione di toccare con mano questi cambiamenti ma anche di esserne parte attiva.

Come mai si è trovato a svolgere la sua attività pastorale qui a Castel Volturno e da quanto tempo la svolge?

«Appena diventato prete, nel 1969, fui mandato come vice parroco qui a Castel Volturno. Allora il Villaggio Coppola era in costruzione, il territorio si espandeva e il parroco di allora non riusciva più a tener fronte alle necessità. Io spesso venivo mandato al Villaggio a celebrare le cerimonie che si svolgevano in gran numero grazie alla presenza del Grand Hotel che fungeva da luogo per i ricevimenti. Per cui, data la grande affluenza, i Coppola insistettero nel creare una parrocchia autonoma che non dipendesse più da quella di Castel Volturno e così il vescovo mi nominò parroco».

In tanti anni in cosa ha notato il cambiamento del territorio e dei cittadini che lo compongono?

«50 anni fa, quando arrivai a Pineta Mare, c’erano 25 famiglie soltanto. Di conseguenza il cambiamento più evidente è sicuramente quello demografico. Con il passare del tempo e con l’aumentare delle persone è diventato sempre più difficile seguire tutta la comunità. Inoltre io sono stato sempre solo, soltanto per un periodo di tempo è venuto un vice parroco non ufficiale, Padre Paolo, un prete brasiliano che ho conosciuto e mi chiese di rimanere qui una volta terminati i suoi studi a Roma. Dopo 15 anni è stato spostato. Ora, nonostante le varie richieste inoltrate al mio vescovo, mi ritrovo di nuovo solo a gestire una comunità di oltre 11000 persone».

Parlando di immigrazione, secondo lei i cittadini di Castel Volturno possono sfruttare quest’evento come un’occasione per ampliare i loro orizzonti culturali?

«Potrebbe assolutamente essere una grande occasione ma purtroppo la mala gestione di questo fenomeno dapa5rte del territorio e la quantità forse troppo esigua di immigrati per Castel Volturno, rendono questa convivenza spesso difficoltosa. Ricordo che il flusso migratorio è cominciato nel 1988, quando qui a Castel Volturno arrivò la prima famiglia dal Ghana. Erano una coppia e si chiamavano Phelipe e Sophia. I Coppola li conobbero durante un viaggio in Africa e vennero qui in Italia per sfuggire al regime dittatoriale nel loro paese. Dopo di loro molti altri sono arrivati qui a Castel Volturno».

Padre purtroppo da tanto tempo si associa la criminalità alla religione, basti pensare alle varie occasioni in cui le processioni hanno sostato sotto casa del boss di turno. Secondo lei oggi questo rapporto tra i criminali e la chiesa esiste?

«Queste esperienze un po’ al limite qui a Castel Volturno non si sono mai verificate che io sappia, anche se questi “capi” si sono sempre considerati in maniera erronea anche capi della fede. Questa è stata sempre una loro concezione, la chiesa non ha mai dato adito a certi status auto imposti, almeno non nel nostro territorio».

Cosa consiglierebbe ai giovani che vivono in un territorio difficile come quello di Castel Volturno?

“Ultimamente, nella triste occasione della morte di due ragazzi giovanissimi del territorio mi sono travato dinanzi a un’assemblea gremita di ragazzi. Sono stato tentato di invitarli a un incontro in una sala della parrocchia per discutere di quelle che potevano essere le loro emozioni e le loro difficoltà in quel momento. Purtroppo non l’ho più proposto, perché vigliaccamente, ho temuto di rimanere solo. Mi sono poi pentito di non aver fatto questa proposta e prometto che la farò in futuro. Il consiglio apparentemente più semplice che posso dare ai giovani è quello di ascoltare sempre i consigli dei propri genitori, che in fin dei conti sono coloro che più soffrono per i nostri errori».

di Giuseppe Spada

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