Ngelamarija Walbiri castel volturno

Castel Volturno: le piste del Sogno di Ngelamarija Walbiri

Redazione Informare 11/08/2022
Updated 2022/08/11 at 12:17 PM
6 Minuti per la lettura

Le piste del Sogno di Ngelamarija Walbiri

Alle 6 del mattino di ogni 2 luglio, poteva essere anche mezz’ora prima o mezz’ora dopo ma sicuro era un secondo dopo l’alba, si sentivano i botti: pa… paa… (“Maronna, sparano i botti!”). I botti provavano anche ad avere un eco o un rimbombo ma avevano discrezione e allora si fermavano, così senza strascichi. L’aria rimaneva imbalsamata.

Chi era ancora a letto apriva gli occhi e portava il palmo della mano al petto, chi già nei campi dalla parte dell’Isolella assestava la vanga nel solco con una spinta del piede e si toglieva la paglietta, al fiume il pescatore raggiunto l’equilibrio sul sannolo si calava la camicia bianca dall’alto con un roteare di braccia da prestigiatore e poi calava il capo sulle reti, in ogni luogo dai Variconi a Pontammare vi era la sospensione della mente e del cuore in un attesa che di pochi attimi sembrava un’eternità.

Poco dopo l’ultimo botto in quella attesa che probabilmente era vera eternità ognuno, credente o ateo, ripercorreva la propria vita come vissuta dal proprio uso, disgrazie e felicità, morti e nascite, sbagli e speranze, malignità fatte e cattiverie ricevute, benevolenze promesse e mantenute e qualche volta anche no. Nell’aria albeggiante in una tempesta di cattivi e buoni pensieri, gioia e mistero si condensava a mano a mano un respiro e poi una voce che incanalatosi nelle pressioni umide dei pantani inondava tutta la piana, dal Parco del generale ai Seponi, dal borgo al bosco del conte Pavoncelli, una voce che nasceva da quelle anime di popolo, come un ruscello che guizza da una roccia e diventa torrente rompe gli argini e travolge una pianta rinsecchita dall’arsura, un po’ la rianima e un po’ la sradica.

Il lampo di quegli attimi di attesa aveva preparato il tuono di queste parole:

“Maronna, ‘o core nuosto ‘nzin’a te!

Maronna, ‘o figlio tuoije ‘nsieme a nuje!”

Era iniziata la Festa della Madonna delle Grazie e accadeva il 2 luglio di ogni anno.

Ngelamarija Walbiri era la voce che narrava quell’inizio. (“Maronna, Ngelamaria!”).

Il nome di un angelo coniugato con quello della madonna ed una provenienza dall’altra parte del mondo: Walbiri, un popolo aborigeno che viaggiava tra l’Australia e la Nuova Zelanda alla ricerca delle “piste del sogno”.

Ogni volta che Ngelamarija cantava qualche attimo prima si sentiva nell’aria l’aroma della salvia, come se vi fosse un presentatore che invece di annunciare “Signore e signori, ecco a voi Ngelamarija” spargesse salvia e appena si sentiva quell’odore di incenso così delicato che ti punzecchia allora arrivava la voce.

Il profumo prima ed il canto poi e poi il canto, accompagnato dall’aroma della salvia, distraevano dalle fattezze del corpo. Il corpo non era importante, stinto e tiglioso. Le membra erano minute e le ossa leggere, le braccia e le gambe erano nodose ed agili, le mani grandi e callose, il volto una maschera disegnata da chi sa quale divinità, cristiana musulmana o aborigena come Wanamangura, per essere un impianto di amplificazione della voce, i capelli leggeri e sempre bianchi.

Questa donna arrivava da un altro mondo anzi dall’altra parte del mondo e fu capace di raccontarlo, era persuasa che il mondo, tutto il mondo fosse opera di una canzone, di un suono, da una nota un marciapiede, da una sinfonia un bosco, in un posto in cui non c’era niente qualcuno aveva cantato il fiume e il fiume era scorso, in un luogo in cui vi era il deserto altri hanno cantato il mare ed il mare si era increspato. Ngelamarija cantò che alla fine si canto l’uomo, e fu cantato con melodie così diverse che non ve né uno uguale all’altro nelle generazioni delle generazioni, di razze e colori diverse, di religioni disparate.

Non cantava sempre allo stesso modo, per capirci non era una voce e basta, la sua voce era un sentimento che coglieva dalla terra. A seconda del luogo e dell’occasione il suono cambiava perché ogni luogo aveva un suono (una pista che conduceva ad un sogno) che lei trovava e tuonava: le nascite, le veglie funebri, i canti del lavoro e delle processioni o delle gite ai santuari di Pompei, Carano, Medugorje

Come in un campo di grano così in una processione o in una messa solenne a Pasqua o al CuorpsDome tutti, attraverso Ngelamaria Walbiri, erano alla scoperta della pista del sogno con l’odore della salvia.

Alla sua morte tutti i bambini del paese gli cantarono il “sogno” che lei aveva cantato per farli addormentare senza papagno:

“E’ nonna, nonna, nunnarella

ca ‘o lupo s’ha mangiato ‘a pecurella.

E pecurella mia tu che faciste

quanno mmocca a ‘o lupo te vriste?…”

Quando morì il suo corpo stinto e tiglioso scomparve ma la voce è rimasta e da qualche parte a Castel Volturno si sente ancora: nella parete sotto la torre dell’orologio. Accostate l’orecchio. Chi sa quale sogno è rimasto.

di Vincenzo Russo Traetto

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.