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“La storia non si fa con se e ma. La fraternità è messa ancora alla prova e il nemico, da qualunque parte sta, ha sempre il volto della nostra comune umanità.”

Prendiamo in prestito le parole di Maddalena Maltese, giornalista italiana che vive a New York per lanciare come Amministrazione comunale una proposta alla città.
“Ogni guerra ha una sua iconografia, quella in Afghanistan è raccontata dalla tragedia umana delle decine di persone aggrappate ad un aereo militare americano sulla pista di decollo dell’aeroporto di Kabul. Alcune di loro, si sono abbrancate alle ruote, pur di sfuggire al governo del terrore dei talebani. Poi si sono lasciate cadere nel vuoto, come i corpi lanciatisi dalle finestre delle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001
“Su quella pista affollata di uomini e donne in fuga, tutti abbiamo perso. Ha perso Biden, sorpreso dalla fuga frenetica, dall’abbandono dell’ambasciata e dall’avanzata irrefrenabile dei talebani. Ha perso la strategia militare con i 350.000 tra poliziotti e militari afgani che avrebbero dovuto difendere il Paese ed invece si sono dissolti in pochi giorni in una debacle senza alcuna battaglia di contrasto.
Hanno perso la Nato e l’Onu, organismi internazionali che in venti anni di guerra non hanno saputo proporre disegni di pace alternativi a quelli militari. Hanno perso le donne, soprattutto quelle afgane che in questi 20 anni sono andate a scuola, si sono laureate, hanno trovato un impiego.
Davvero il popolo talebano sarà capace di apprezzarne la competenza e difenderne la dignità, senza l’ombra di un fucile statunitense o di una ong occidentale? Ma hanno perso anche i talebani che si stanno privando delle energie più innovative del paese, quelle che conoscono più lingue, che hanno frequentato le università o hanno messo in piedi piccole aziende: ora sono accalcate negli aeroporti o ai valichi di frontiera cercando un futuro diverso per loro e le loro famiglie; un futuro che il fondamentalismo non potrà garantirgli.”
Di fronte a questa sconfitta generale, invece di recriminare, la nostra piccola comunità di Casagiove vuole creare soluzioni per coloro i quali, famiglie di interpreti e collaboratori della diplomazia e delle truppe italiane, stanno atterrando all’aeroporto di Fiumicino grazie al ponte aereo Kabul-Roma organizzato dal Governo italiano.  Questi rifugiati dopo un periodo di quarantena saranno dislocati nei comuni italiani aderenti al Sistema di accoglienza e integrazione SAI del Ministero dell’Interno.

Ecco la proposta. Casagiove si candida ad entrare a far parte della rete degli enti locali che realizzano progetti di accoglienza integrata, accedendo nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo.

Tutto ciò sarà possibile solo grazie al prezioso supporto delle realtà locali del terzo settore, che potranno garantire interventi di accoglienza integrata assicurando oltre ai servizi di vitto e alloggio, anche misure complementari di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.
Siamo sicuri che su questa proposta avremo il consenso della grande maggioranza dei casagiovesi, i quali, nello stesso tempo, non rinunceranno a dare una mano nel combattere, qui, silenziosamente l’unica battaglia che come comunità non vorremmo perdere: “prendersi cura di chi non potrà più chiamare Kabul, patria”.

 

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