La “Casa di Alice” è il nome dato ad una villa confiscata alla camorrista Pupella Maresca a Castel Volturno, e che ha preso nuova vita grazie alla cooperativa “Altri Orizzonti” e all’associazione “Jerry Essan Masslo”. Grazie al progetto “MadeinCastelVolturno”, in questa villa è stato allestito un laboratorio di sartoria dove le donne straniere possono apprendere l’arte del cucito, trovare assistenza e iniziare un processo di integrazione vera. La “Casa di Alice” è un omaggio a tutti coloro che sono vittime di pregiudizi, ingiustizie e sfruttamenti, in memoria di Joseph Ayimbora, testimone della strage di Castel Volturno avvenuta nel settembre del 2008 ad opera del clan Setola con un gruppo di africani, tra i quali morirono 6 ragazzi. Joseph, che con la sua testimonianza ha indirizzato le indagini verso Setola e i suoi uomini, al momento della sparatoria si trovava proprio in una sartoria. Il progetto nasce nel 2011 da un percorso di economia e riscatto sociale: sotto questo brand viene prodotta una vera e propria linea di abbigliamento ed accessori in cui si fondono insieme stoffe occidentali, come chiffon, seta o canapa, a quelle africane, provenienti da diversi paesi come Nigeria, Kenia o Tanzania.

 

 

Tutte le creazioni vengono realizzate in maniera artigianale grazie a donne immigrate che seguono un percorso di integrazione attraverso il lavoro, collaborando con giovani stiliste locali e seguendo linee guida come ecosostenibilità, legalità, rispetto dell’ ambiente e riciclo: molti abiti, infatti, vengono realizzati con materiali residui di altre lavorazioni sartoriali, anche provenienti da fabbriche, per poi essere commercializzati attraverso un e-commerce e presentati stagione per stagione con sfilate ed eventi. Il risultato di questo lavoro cooperativo è un mix di colori sgargianti e freschezza nei capi, a rappresentanza di un reale scambio culturale e stimolo creativo per tutte quelle persone che arrivano nel nostro paese e vivono situazioni spesso tragiche. È così che riescono a combattere i pregiudizi che purtroppo esistono nel mondo lavorativo e non, a trovare un’indipendenza economica e soprattutto (oltre che l’integrazione) trovare l’interazione con la nostra cultura, dove si tende ancora ad allontanarsi da chi viene considerato “diverso da noi”. All’ingresso della sartoria, la parola “Benvenuti” accoglie chi vi entra, riportata anche in aramaico su una scultura di Giovanni Pirozzi: “Karibu”. Questo dell’associazione Masslo è un progetto esemplare che ci dimostra come attraverso il lavoro si possa raggiungere una vera integrazione tra i popoli. Impariamo ad aprire porte quando gli altri vorrebbero chiuderle, tendiamo la mano a chi è più debole, a prescindere da qualunque fattore. Soltanto così potremmo ottenere un risultato tanto bello quanto i colori degli abiti cuciti insieme.

di Daniela Russo

Tratto da Informare n° 183 Luglio 2018

 

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