Carmn Lorenzo Ferrara, un mondo a colori

Carmn Lorenzo Ferrara - Photo credit Marco Tancredi - Mostra Human Prights

La prima frase che ha pronunciato, chiedendo la parola dal pubblico, è stata: «Io sono Carmine e sono una persona non binaria»

 

Ho conosciuto Carmn a fine gennaio, alla mia presentazione di un libro sulla omosessualità. I suoi occhi sorridenti incorniciati da un volto adolescenziale e la sua voce squillante colpiscono subito, mentre il suo fisico minuto, celato da un abbigliamento informale e unisex, non rivela il suo sesso. Un taglio di capelli corto confonde ulteriormente sin quando non si presenta come Carmine Ferrara, lasciando immaginare d’aver risolto il quesito e non svelando quale universo variopinto, articolato e doloroso in realtà celi.

Dalle poche parole pronunciate in sala ho compreso che Carmn avesse una lunga storia da raccontare e la nostra successiva conversazione mi ha dato ragione.

Chi sei e di cosa ti occupi?
«Sono Consigliere di Arcigay Napoli, con delega a Queer & Questioning, Referente di Arcigay Giovani per la macroarea sud e le isole. Sono una persona non binaria, il che significa che non ho una collocazione di identità di genere o di orientamento sessuale. Laureat* in Scienze Politiche, lavoro in una casa di riposo a San Giorgio. Sono nat* come Carmela Ferrara 23 anni fa, anche se ho sempre usato il nome Carmen. Poi la storia del mio corpo mi ha portat* ad essere Carmn, il nome inesistente di chi non vuole essere identificat* in un genere, che sta bene in questa favolosità. Se potessi eviterei il genere pure nella lingua, per questo uso spesso l’inglese o il napoletano e immagino che la gente supponga io non sappia esprimermi, perché tronco le parole».

Cosa significa queer?
«Queer letteralmente significa strano, è un termine nato in America per schernire la comunità LGBT e adottato per rivendicare un orgoglio. Succede spesso con le offese, ma è pure una metodologia per destrutturare i binarismi tutti, uno strumento politico, una prassi di alcuni docenti che in ambito accademico usano gli asterischi per abbattere un sistema patriarcale e eteronormato, un termine ombrello per tutti coloro che, anche eterosessuali, non vogliono rientrare in un sistema così organizzato, schematizzato».

In questo binarismo altalenante come ti collochi?
«Come uno, nessuno e centomila. Non mi sono mai censurat*, ho sempre estrinsecato le mie emozioni in una società che prevede tu sia l’uno o l’altra, ho fatto vari coming out (più per rispondere alle esigenze degli altri che alle mie) necessari per la questione identitaria e per l’orientamento sessuale e alterno la desinenza finale (oggi maschile). Lesbica, eterosessuale, chi mi circonda mi vede liberamente femmina o maschio. È la storia del mio corpo, che ha bisogno di liberarsi da etichette stringenti, di non identificarsi».

Carmn è nat* a Pollena Trocchia, un paese alle falde del Vesuvio, e vive alle Palazzine nel quartiere IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) all’interno di una famiglia poco benestante, con un padre costantemente alla ricerca di un lavoro, una madre poco presente e “non brava ad esternare affetto, forse perché non ne ha ricevuto”, e un fratello più piccolo di 10 anni, sul quale ha avuto una mansione genitoriale sino ai 18 anni. È cresciut* in fretta, con una dose massiccia di responsabilità atipicamente adolescenziale. E ha vissuto esperienze che solo l’ausilio protettivo di psicoterapeuti, avvocati e care persone adulte sta contribuendo a superare.

Nel corso della nona edizione di Poetè hai rilasciato una lunga testimonianza shock. “Non avevo paura di dire a mia mamma che Mastu Michele mi aveva parlato delle streghe janare e dei lupi mannari, ma avevo vergogna di quella zucchina e di quella mano sul seno che non avevo e tra le gambe”.
«Nel corso di molti mesi avevo scritto una denuncia contro il ‘vecchio’ presso il Tribunale di Nola, ma poiché non sono un avvocato, ero più giovane e non laureat*, mi fu consigliato di inquadrare il fenomeno giuridico attraverso dettagli che avevo omesso perché non ero pront*. Oggi che ho alle spalle due avvocati, le Forze dell’Ordine competenti del territorio di Pollena, il centro antiviolenza Le Kassandre e anni e anni di psicoterapia, è stata depositata una nuova denuncia, le cui indagini devono ancora partire. Dovevo farlo per me e per quella bambina».

Cominciò rubandoti il primo bacio nauseabondo e sdentato in cantina, cui seguirono anni di abusi sessuali sistematici sul corpo ancora acerbo di bambina. Una specie di ‘nonno’ al quale venivi affidat* distrattamente. Quanto ha inciso sul tuo percorso?
«Essere LGBT significa porsi domande, chiedersi cosa non è andato nella tua vita ed ho capito che quella violenza ha formato la mia personalità. Su quanto abbia inciso, vorrei specificare che già da persona non etero mi sono post* una serie di domande. Le violenze vissute hanno certamente determinato la mia identità, non di genere, ma in genere. Le insicurezze, la sensibilità, la tendenza a nascondere il corpo non affermando il maschile, ma annientando il femminile. Quello per cui lotto (internamente ed esternamente) è liberarmi dalle gabbie del genere e rafforzarmi per non camminare più con la schiena curva e la testa bassa. Fuggire dalla sessualizzazione indossando abiti larghi e nascondendo le forme. Odio la violenza, mi spaventano le urla, eppure per un periodo sono andat* per strada a farmi picchiare, mi sentivo invisibile, non avevo la percezione del mio corpo. Sono ricors* a forme di autolesionismo fino a meno di un anno fa, poi ho capito che le carezze sono migliori e quelle non ricevute da mia madre, che amo e con la quale sto cercando di recuperare un rapporto, me le sto dando io. Nella mia vita ho adulti particolari, cari, protettivi, ma ora sto cercando di dare io protezione, come agli anziani dove lavoro».

Chi è Lorenzo?
«Quando sono entrat* in contatto con quella bambina, iniziando ad avere anche delle ossessioni, svegliat* di soprassalto dal suo pianto, non capivo come potessi aiutarla e ho cominciato a sdoppiarmi, a parlare in terza persona. Così è nato Lorenzo, fratello maggiore, avvocato di quella bimba, grazie al quale sto affermando una sicurezza che non avevo».

Certa che la bellezza umana sia racchiusa nello scrigno della soggettività, fonte di inesauribile crescita collettiva, ringrazio infinitamente Carmn, cui dedico la recente frase di una persona che amo molto: “Lottate sempre per quello che siete, non lasciatevi sconfortare mai da nessuno, non nascondetevi mai, ne varrà sempre la pena, al di sopra di ogni cosa”.

Quel vicino di casa pose fine alla mia infanzia


La testimonianza di Carmn Ferrara nel corso della nona edizione di Poetè, la rassegna letteraria promossa da Claudio Finelli, responsabile cultura Arcigay

 

“Billy era il mio pupazzo di pezza ed era sempre con me. Lo portavo dal dottore, ai giardinetti e dormiva nel letto con me. Per fortuna me ne ero già sbarazzato quando ero ancora una bambina, ma avevo smesso di giocare. Nelle palazzine era tutto grigio, i muri senza intonaco, l’asfalto su cui mi sbucciavo spesso le ginocchia e la cantina del vecchio. Billy, invece, era rosa e bello. Non ricordo quando ho smesso di giocarci, ma avrei voluto tenerlo con me quando è iniziata la fine della mia infanzia. I miei genitori erano sempre assenti per motivi di lavoro.

Mia mamma era incinta di mio fratello quando io andavo in quinta elementare e mio padre era sempre in cerca di qualcosa da fare. Entrambi raccomandavano al vecchio “ve la guardate voi a Carmen?”. Lo vedevo come un nonno, sì, un nonno buono. Le sere d’estate uscivo fuori al palazzo e lui mi raccontava le storie. Storie di janare e lupi mannari, io non sono mai stato particolarmente coraggioso e mi faceva sedere in braccio a lui per darmi conforto.

Una volta mi raccontò una storia strana che faceva così: c’era una volta una principessa che cercava un principe. Il re esaminò una serie di pretendenti ai quali chiese di trovare un fagiolo, un chicco d’uva e una zucchina. Per non portarvela per le lunghe – anche perché non era affatto una storia avvincente – vi dico subito che questi pretendenti dovevano mettere nell’ordine: il fagiolo, il chicco d’uva e la zucchina nel deretano della principessa. A quell’età non capivo cosa ci fosse di divertente nel ficcare una zucchina in culo a una ragazza, ma il vecchio, toccandomi, mi disse che alla principessa piacque. Iniziavo così a silenziarmi e a divenire incapace di raccontare quelle storie assurde.

Non avevo paura di dire a mia mamma che Mastu Michele mi aveva parlato delle streghe janare e dei lupi mannari, ma avevo vergogna di quella zucchina e di quella mano sul seno che non avevo e tra le gambe.

Una sera in cui ero fuori al palazzo per giocare con gli altri bambini, mastu Michele mi chiese di aiutarlo per portare una cosa in cantina. Nelle palazzine non ci sono luci, soltanto tante ombre e tanti fantasmi. Scesi dunque con lui senza torcia e me lo ritrovai addosso. Scugnato – a Napoli si chiamano così le persone senza denti – , puzzolente e tanto tanto più grande di me. Mi baciò con la lingua. Ricordo ancora la sensazione di schifo. Gli dissi “cosa fate?” – gli davo del voi per educazione. Lui mi disse “non so cosa mi sia successo”. Io scappai, sputai e tornai a casa mia.

Qualche anno dopo riprendemmo a parlarci. In realtà non so se abbiamo mai smesso di farlo. Rammento che lui mi domandò una volta se fossi vergine e io gli risposi che ero bilancia. 

Avevo iniziato a fumare. Sarà stato il 2006, credo. Andavo in seconda media. Chiesi alle persone che erano fuori al palazzo se qualcuno avesse una sigaretta. Lui mi disse che doveva comprarle e mi fece salire in auto con lui per andare al tabacchi. Superammo però il bar in piazza. Io gli dissi che aveva “la macchinetta” (il distributore automatico), lui mi disse che le avremmo prese da un’altra parte, e viaggiammo per parecchio tempo. Io iniziai a non riconoscere i comuni che attraversavamo, cercavo di leggere le indicazioni stradali per capire dove stessimo andando. Giungemmo in un posto che dopo tanti anni ho scoperto essere in provincia di Caserta. Precisamente san Felice a Cancello.

Svoltò in una strada secondaria che portava in una terra. Intorno era tutta campagna. Spense l’auto, abbassò il sedile anteriore su cui ero seduta e iniziò a toccarmi. Io ero immobile. Mi spogliò. Mi aprì le gambe e iniziò a leccarmi. Poi entrò con un dito. Poi poggiò il suo pisello semieretto sulla mia vagina e cacciò del liquido che successivamente ho scoperto chiamarsi sperma. Soddisfatto prese una sigaretta. “Allora ce le avevate! Perché non me l’avete detto?” – gli dissi, non sapendo che altro dire. Me ne diede una. La accesi. “Non dire niente a nessuno di quello che è successo” – mi intimò. “Ma che siete scemo?” – gli risposi. E presi a fumare, guardando fuori dal finestrino. “Adesso andiamo a casa, vero?”. “Sì”. Quanto mi costò quella Merit.

Durante tutta l’adolescenza io e il vecchio ci vedevamo assiduamente, quasi ogni giorno. Lui abita sullo stesso pianerottolo della mia famiglia. Mi aspettava all’angolo ogni dì per accompagnarmi a scuola. Veniva a casa mia a bere il caffè e a trovare mio padre. Mi diceva nell’orecchio “ti aspetto fuori” e se non uscivo tornava, ma quasi sempre uscivo. Per cinque anni ogni sera e qualche volte anche di pomeriggio lui si appropriava del mio corpo. Già a tredici anni bevevo molto. Tris di vodka, rum, tequila, cointreau, campari & gin, Tennet’s super, Du Démon.

Fumavo Marijuana e hashish. Mi stordivo in modo che tutto fosse più sopportabile. Quando tornavo a casa, a volte vomitavo fuori al portone, altre riuscivo ad arrivare al cesso, abbracciare la tazza e addormentarmi. Quando capitava che il vecchio mi beccava di pomeriggio, ricordo che quando tornavo avevo sempre la testa bassa.

Mio padre mi diceva sempre “ailloc ‘a depressa!”, mia mamma non mi chiedeva mai cosa avessi. Ma non credo che se l’avesse fatto avrei saputo spiegarglielo. Ho trascorso gli anni delle scuole medie inferiori e superiori in un mondo fantastico. Sognavo ad occhi aperti di andar via di lì, scrivevo, piangevo quasi mai, ma avevo molti attacchi di panico e fissazioni varie. Parlavo da solo e avevo molti pensieri che mi frullavano per la testa.

Non avevo ancora dato un nome a quella violenza, ma sapevo che non mi piaceva affatto. Più passavano i giorni, i mesi, gli anni e più mi chiudevo in un’analisi tutta mia. Facevo la differenza con gli altri bambini e le altre bambine, poi con i ragazzini e le ragazzine. Iniziavo a capire che non a tutti succedeva di fare sesso contro la propria volontà. C’era qualcosa che non andava, ma non sapevo come liberarmene, né ero in grado di raccontarla.

Ho iniziato ad essere consapevole grazie a Barbara D’Urso. Vi farà ridere, ma è stato a Pomeriggio 5 che per la prima volta ho sentito parlare di violenza sulle donne e pedofilia. Con la storia di Sara Scazzi iniziai a pensare sempre di più che anche il vecchio si chiamava Michele, come Michele Misseri e non erano troppo diversi tra loro. Lavoravano la terra, non parlavano bene in italiano. Iniziavo ad avere sempre più paura e contestualmente cominciavo a dare un nome alle cose che mi accadevano. Un giorno ero a La Feltrinelli di piazza Garibaldi e per caso sfogliai un libro dal titolo “Amabili resti”. Lessi solo l’introduzione e la prima pagina. Era una storia raccapricciante ed ero sempre più convinto che anche la mia potesse finire così.

Non so come, ma il 15 o il 16 ottobre del 2012 mi ruppi il cazzo e mandai a cagare il vecchio. Lo feci con un tono di supplica, telefonicamente. Gli dissi che “non me la sentivo più”. Uno o due giorni dopo avrei compiuto 18 anni. Stentavo a credere che fosse stato così semplice. Bastava così poco per liberarmi di lui? Perché non ci ho pensato prima? Perché non ho detto di no dal primo momento?

Quando ho iniziato a raccontare alle persone che mi circondavano cosa avessi vissuto, però, ho capito che non era così facile liberarmi del vecchio. Perché lo sognavo la notte, lo incontravo sempre e una volta mi fermò e mi disse “tu tieni un brutto vizio: parli <troppo assai>”.”

di Barbara Giardiello

Tratto da Informare n° 179 Marzo 2018