Carceri, università della delinquenza

Carceri

Donato Capece, segretario SAPPE: «Le prigioni di oggi sono come degli alberghi»

Discariche sociali o luoghi di rieducazione? Il dubbio è sempre lo stesso quando si parla di carceri e delinquenza. L’Italia è il Paese col sistema penitenziario più oneroso in Europa e, nonostante ciò, quello col tasso di recidiva maggiore. Affollamento, scarsa disponibilità di personale civile come insegnanti, medici, formatori e mediatori culturali e un nuovo sistema penitenziario che permette ai detenuti di circolare per le sezioni per dodici ore al giorno.

«Con questa vigilanza attenuata abbiamo consegnato le carceri ai detenuti. Non c’è ordine né disciplina. All’interno degli istituti impera il caos» ci racconta Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria. La situazione sembra allarmante e le difficoltà che insorgono si aggravano alle già notevoli responsabilità degli agenti di custodia che, per compiti istituzionali, devono rappresentare i garanti della sicurezza all’interno delle carceri e dell’incolumità degli stessi ristretti. Sono in costante crescita il numero delle aggressioni, degli atti di autolesionismo, delle manifestazioni di protesta, dei suicidi e delle evasioni. A tal proposito, la polizia penitenziaria, che opera senza utilizzare alcun’arma, viene spesso coinvolta fisicamente, riportando grosse ferite a seguito di colluttazioni con i detenuti. «Oggi le celle sono aperte e tutti i detenuti delle varie etnie gironzolano indisturbati per l’istituto e qualsiasi scintilla si può accendere facilmente. Il carcere di una volta era più efficace di quello di oggi, poiché ora è diventato un albergo dal quale si esce e si entra a piacimento».

 

Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria
Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

 

Il sistema penitenziario italiano sembra quindi al collasso e improduttivo: solo 4 detenuti su 100 accedono alla frequenza di corsi orientati alla qualificazione professionale di figure per le quali c’è maggiore richiesta dal mondo del lavoro. Insomma, la quasi totalità dei detenuti ozia tra una partita a carte e l’ideazione di sistemi per evadere. Inoltre, l’Italia è stata ulteriormente mortificata dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per il trattamento disumano e degradante a causa del sovraffollamento delle carceri: «Bisogna aprire le sezioni ai soggetti meritevoli per una vigilanza attenuta – afferma Capece – ed essere avviati al lavoro o alle attività trattamentali mentre bisogna lasciare nelle sezioni chiuse tutti i detenuti della criminalità organizzata e che non hanno mai dimostrato di meritarselo. Inoltre, la certezza della pena, e quindi senza sconti né anni in meno da trascorrere in cella, aiuta perché chi delinque, prima di commettere un reato, ci pensa due volte».

I poliziotti penitenziari rappresentano oltre il 90% dei dipendenti all’interno delle carceri italiane e solo il 10% sono altre figure professionali a fronte del 31% del sistema inglese, del 27,5% di quello spagnolo e del 15% di quello francese. A questo si aggiunge la cronica carenza di personale appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria che supera ben oltre il 20%, con circa 9.000 unità in meno rispetto a quelle previste dalle piante organiche fissate dal Ministero.

La rabbia del SAPPE si trasforma in un appello deciso di Capece: «io voglio capire chi oggi gioca a depotenziare la polizia penitenziaria. Guai a toccare i nostri agenti. Siamo una forza di polizia e come tale abbiamo un compito istituzionale da rispettare. Dobbiamo dare sicurezza ai cittadini». Quali sono invece le differenze con i sistemi penitenziari europei? «Ho visitato un carcere a Berlino – ci dice Capece – dove i detenuti lavorano e percepiscono €0,87 all’ora e con quei soldi si pagano il mantenimento in carcere. In questo Paese, quei pochi che lavorano paga sempre Pantalone. In Europa e in Italia devono comprendere che nelle nostre carceri ci sono detenuti mafiosi, di stampo diverso da quelli comuni. Attenzione alla radicalizzazione in carcere: attualmente ci sono circa 400 detenuti che hanno avviato questo percorso. Noi li segnaliamo ma attenzione, perché le carceri sono l’università della delinquenza. Un piccolo soggetto esce dal carcere come un criminale incallito».

di Fabio Corsaro

Tratto da Informare n° 174 Ottobre 2017

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!