Con due differenti decisioni, depositate l’8 aprile scorso, la Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi di due detenuti che avevano chiesto, vedendoselo rigettare, lo sconto di pena previsto dalla legge per i giorni di detenzione trascorsi in condizioni degradanti. Tante le situazioni del genere in Italia: celle con servizi igienici a vista, con mancanza di acqua potabile, penitenziari realizzati a pochi metri da impianti di rifiuti con una puzza insopportabile.

La privazione della libertà, è questa la pena. Il rispetto del regolamento, è questo il carcere. Non segrete, non catene, non inutili vessazioni, non comportamenti inumani e degradanti, quelli che trasformano la condanna in umiliazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo lo ha detto più volte, mettendo in mora l’Italia (e non solo l’Italia) per le condizioni dei suoi penitenziari: sovraffollati, angusti, vecchi, umidi, con poca luce. E ha stabilito che ogni detenuto ha diritto almeno a tre metri quadri di spazio vitale (l’ingombro di un letto a una piazza e mezza, tanto per capirci), al di fuori di quello occupato da letti e suppellettili. E a un minimo di privacy, almeno lo stretto indispensabile. Con due differenti decisioni, depositate l’8 aprile scorso, la Corte di Cassazione (prima sezione, presidente Francesco Bonito, estensore Raffaello Magi) ha accolto i ricorsi di due detenuti che avevano chiesto, vedendoselo rigettare, lo sconto di pena previsto dalla legge per i giorni di detenzione trascorsi in condizioni degradanti. Ma questa volta lo spazio libero della cella non c’entra niente. Cioè, i metri quadri liberi sono regolamentari ma tutto il resto è da terzo mondo.

Carceri e dignità negata

Per esempio, i servizi igienici a vista, senza la più piccola protezione tra le grate della cella e il water, tra il water e il resto della cella: a Fossombrone e a Volterra. Per esempio, la mancanza di acqua potabile e la vicinanza alla discarica: a Santa Maria Capua Vetere, dove la situazione di gravissimo disagio va avanti da anni, con proteste, visite ispettive, promesse, finora ancora tali, di immediata soluzione e di rimozione dei disagi. L’acqua manca per un problema alle condotte, che il comune deve adeguare. L’impianto di tritovagliatura è proprio di fronte, e più volte (soprattutto d’estate e nei periodi di emergenza) i miasmi raggiungono anche il centro della città, ad alcuni chilometri di distanza. Nell’area del carcere, che ospita anche le aule bunker dove vengono celebrati i processi di criminalità organizzata, l’aria è irrespirabile.

La sentenza della Cassazione

Scrivono i giudici della Suprema Corte: “Va ricordato che anche nella ipotesi di spazio vitale ricompreso tra i 3 ed i 4 metri quadrati, l’esistenza di gravi carenze nella offerta di servizi essenziali può determinare un trattamento contrario al senso di umanità”.

E aggiungono: “Quando lo spazio individuale in una cella collettiva si attesta tra i 3 e i 4 metri quadrati, sussiste una violazione dell’articolo 3 della Convenzione se tale condizione risulta combinata ad altri aspetti di inadeguatezza della detenzione. Tali aspetti riguardano, in particolare, la possibilità di svolgere attività fisica all’aria aperta, la presenza di luce naturale e aria nella cella, l’adeguatezza della ventilazione e della temperatura, la possibilità di utilizzare la toilette in privato ed il rispetto dei generali requisiti igienico-sanitari”. Quindi, “nel caso dell’attuale ricorrente, in particolare, era stata dedotta la inadeguatezza della offerta trattamentale in virtù della prolungata carenza di acqua potabile nelle celle del reparto ove il soggetto era ristretto, unita a fattori ambientali pregiudizievoli per l’igiene e la salute (vicinanza del reparto ad una discarica di rifiuti). Si tratta di aspetti di indubbia rilevanza”. La conclusione è l’annullamento con rinvio della decisione del giudice di sorveglianza, che dovrà rivalutare le istanze alla luce dei rilievi della Corte.

di Rosaria Capacchione

Via napoli.fanpage.it

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