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Carabinieri Kaputt!: i giorni dell’infamia e del tradimento

Angelo Morlando 05/11/2020
Updated 2020/11/05 at 6:33 PM
4 Minuti per la lettura
Non posso nascondere la difficoltà nel leggere e recensire l’ultimo libro/denuncia di Maurizio Piccirilli, edito da All Around. In alcuni passaggi, per chi ha un minimo di sensibilità, è un cazzotto nello stomaco.

É una storia poco nota, raccontata anche attraverso alcune testimonianze di alcuni sopravvissuti, dei “giorni dell’infamia e del tradimento” cioè quelli successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943 e prima dei rastrellamenti degli ebrei di Roma (il più noto è quello del 16 ottobre 1943). Il giorno preciso è il 7 ottobre 1943, quando circa 2.000 Carabinieri di Roma sono fatti prigionieri dalle Schutz-Staffeln (SS) naziste e deportati nei diversi campi di concentramento/sterminio, perché sarebbero stati sicuramente d’impedimento ai successivi rastrellamenti nazisti. Il capitolo più straziante è il penultimo: “Mogli coraggiose”, cioè le mogli dei Carabinieri deportati che non si arresero ed ebbero parte attiva nella Resistenza. Citando l’autore: “La loro colpa è stata quella di essere mogli di carabinieri. I nazisti non risparmiarono loro arresti, vessazioni e torture al pari dei mariti in divisa”. Secondo l’autore i nomi dei responsabili sono provati da fonti documentali e sono tutte citate nel testo. Per l’Italia lo schieramento dei principali fautori/favorevoli al disarmo/rastrellamento furono: Benito Mussolini, Rodolfo Graziani, Casimiro Delfini, Archimede Mischi. Per la Germania: Adolf Hitler, Heinrich Himmler, Ernst Kaltenbrunner, Herbert Kappler. Perché i nazisti temevano i Carabinieri?
Basti pensare che appena un mese prima, il 13 settembre, sono barbaramente trucidati dai nazisti 14 Carabinieri e 2 civili a Fertilia (odierna Teverola); il 23 settembre viene ucciso il brigadiere Salvo d’Acquisto, comandante della stazione di Torrimpietra. Numerose, inoltre, erano state le chiare prese di posizione dei Carabinieri in quel periodo e tutte chiaramente antinaziste. I motivi erano altri e la spiegazione di facciata è fornita da Rodolfo Graziani che motiva la necessità di disarmare e, se necessario, uccidere e arrestare le relative famiglie di tutti i Carabinieri per “l’inefficienza numerica, morale e combattiva dell’Arma dei CC.RR. in Roma”. Falso, falsissimo. Traditi e disonorati, disonorati e traditi. In verità traditi due volte e oltraggiati al pari dei circa 700/800 mila militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’armistizio: furono ben presto trasformati da prigionieri di guerra a Imi (internati militari) affinché non si applicasse la Convenzione di Ginevra; ridotti in schiavitù per sostenere lo sforzo bellico nazista; il tutto si conclude con il tradimento finale di Mussolini e Hitler che si accordarono per demilitarizzare i soldati italiani prigionieri cioè renderli, di fatto, dei normali civili. Cosa ci resta di tutta questa tragica storia? Sicuramente il tentativo di ricordare, sempre. Ricordare e ricordarci che è già accaduto e che potrebbe riaccadere. Ricordare e ricordarci che nonostante le perdite, le mogli dei Carabinieri deportati furono particolarmente attive per sostenere la lotta del Fronte clandestino di Resistenza dei Carabinieri che a Roma vide la propria maggiore attività. Ricordare e raccontare, soprattutto attraverso le testimonianze di chi è ritornato, come citato nell’ultimo capitolo: “I sopravvissuti di Rosenheim”.

di Angelo Morlando
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
NOVEMBRE 2020

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