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Quando si parla di eccellenze storiche nel territorio Casertano, oltre a Caserta vecchia, al palazzo reale di Caserta stessa, il sito reale di  Carditello  e l’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, è d’obbligo concentrarsi sulla città di Capua con le sue numerose chiese, il castello di Carlo V D’Aragona, il castello di Pietra, la chiesa di Sant’Eligo, la sala d’Armi, le caserme Pepe, la chiesa della Carità, quella delle dame Monache e tantissimi altri siti.

Considerato l’importanza storica di tutte queste eccellenze, lo scrivente ha deciso di riportarne una sintesi storica di ognuna di esse. In questo numero iniziamo dal palazzo Antignano, attuale sede del museo campano istituito nel 1869, e aperto al pubblico il 31 maggio 1874, con sede nel centro storico di Capua (in seguito ampliata fino a comprendere l’adiacente settecentesco ex Monastero della Concezione Luigi Garofano Venosta. Dal 1945 si procedette ai lavori di ricostruzione, durati fino al 1956, anno in cui avvenne la riapertura.

Dopo la riapertura del 1956 furono risistemate le varie sale tanto da riacquistare una nuova immagine e da mostrarsi al pubblico in due reparti: Archeologico e Medioevale in 32 sale di esposizione, tre cortili e un ampio giardino. Fu collocata all’interno la biblioteca di Terra di Lavoro nella quale sono custoditi 70.000 volumi.

Un’ulteriore chiusura ci fu nel 2009, dovuta a lavori di rammodernamento e riqualificazione funzionale. Il 28 marzo 2012, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Museo Campano, completamente riqualificato, ha riaperto le sue porte ai visitatori. Gli Antignano furono importante famiglia campana nel XV secolo, in auge presso il Re di Napoli Alfonso I. Tra essi spiccò all’epoca la figura di Francesco, che decise di ricostruire ed ampliare il palazzo gentilizio di Capua: gli conferì un aspetto tardo gotico, ornandolo con un monumentale portale d’ingresso, un’imponente scalinata, entrambe di ispirazione catalano-moresca, e con finestre in stile rinascimentale. .Importante testimonianza di un particolare culto indigeno preromano, dedicato alla fertilità, alla protezione della madre e della sua prole, è la collezione delle Matres Matutae, dette popolarmente Madri di Capua, conservate nelle sale V e IX del museo. Provengono da ritrovamenti effettuati dapprima casualmente nel 1845, quando in occasione di lavori agricoli privati, in località Petrara (oggi nel Comune di Curti), vennero ritrovati i resti di un altare con iscrizioni in osco e statue in tufo. In seguito, tra il (1873 – 1887), vennero compiuti nel sito scavi archeologici, che restituirono i resti di un vasto santuario, testimoniati da numerosissime terrecotte architettoniche e votive e da oltre 150 statue in tufo, di varie dimensioni, che raffigurano costantemente donne sedute, che sorreggono uno o più neonati tra le braccia. Un’unica statua in tufo, che invece di avere figli, regge una melagrana (simbolo di fecondità) nella mano destra, e una colomba (simbolo di pace) nella sinistra, è stata interpretata come la rappresentazione della divinità principale venerata nel sito, identificata tradizionalmente in Mater Matuta, divinità italica dell’aurora e delle nascite. Le restanti statue di madri, per contro, raffigurano offerte votive, dedicate dai fedeli per propiziare la salute della donna e dei suoi figli. Le statue, come gli altri reperti provenienti dall’area, attestano la frequentazione del santuario ininterrottamente dal VI al I secolo a.C.

Riportiamo un appello da parte dell’intera cittadinanza indirizzato alle istituzioni Governative, regionale, provinciali e locali:

«La storicità di Capua non merita di avere monumenti transennati da anni, strade impraticabili ed il servizio ecologico poco funzionante con cumuli di immondizie nelle periferie cittadine».

 

di Dino Manzo

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