Con l’emergenza Covid e l’inclusione della regolarizzazione dei lavoratori nel decreto Rilancio, il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento è tornato all’attualità. In Campania, anche se meno sentito rispetto ad altre regioni del Mezzogiorno, il caporalato è diffuso e coinvolge soprattutto Caserta e Salerno, le province a maggiore vocazione agricola.

In particolare, nella Piana del Sele, per via del tipo di colture, riguarda tutti i periodi dell’anno. Secondo l’Inps, in provincia di Salerno lavorano più di 27 mila braccianti, oltre il 40% sono lavoratori stranieri e il 60% lavorano in nero. Per approfondire, abbiamo sentito Ciro Marino, Segretario generale della Uila di Salerno.

Facendo una ricerca su Google quello che appare in prima linea è una sua denuncia di due anni fa: “a Salerno e provincia furgoni carichi di braccianti partono tutte le mattine, alla stessa ora, dalle stesse piazze, guidati dai soliti caporali verso le aziende di sempre. Vanno fermati (…) non possiamo attendere che si consumino altre tragedie, né possiamo tollerare che i diritti e la dignità dei lavoratori vengano ancora calpestati (…) è necessario che tutti gli enti preposti facciano la loro parte”. Qual è la situazione che ha denunciato e cosa è cambiato (se è cambiato qualcosa) in questi anni?

Il fenomeno del caporalato lo denunciamo da un ventennio. Chi vive normalmente non sa che in quel momento, in ogni secondo si sta consumando un reato. Anche passeggiando tra i campi, i sommersi non si vedono, sono invisibili. Le denunce sono verso persone che non conosciamo, purtroppo difficili da individuare. Ma conosciamo bene il fenomeno, è subdolo e spesso sono gli stessi martoriati a essere complici pur di guadagnare quei pochi euro al giorno. Ma com’è classico in Italia, nonostante si conoscano i fenomeni ci si arriva con ritardo. Nel 2016 come organizzazione sindacale abbiamo voluto la legge 199 che ha inserito il reato di “intermediazione illecita di manodopera”: una pietra miliare dopo anni di lotta, che ha rappresentato una grandissima evoluzione del comparto primario; primario per i beni che produce, ma ultimo per come viene trattato. Risultati ci sono stati, grazie anche al lavoro della magistratura. Ma vorremmo che ci sia più prevenzione. Perché nel momento in cui portiamo questo fenomeno fuori dall’illegalità questa si è già consumata e il lavoratore, l’essere umano l’ha già distrutto.

Eppure, a quattro anni dall’entrata in vigore della legge anti-caporalato, l’agricoltura è ancora basata sullo sfruttamento dei braccianti.

Purtroppo i contenuti sono disattesi dalle istituzioni stesse. La legge 199, su nostra proposta, aveva istituito finalmente le sezioni territoriali, che attraverso il coordinamento tra i protagonisti del settore agricolo, si occuperebbero principalmente dell’intermediazione fra domanda e offerta di lavoro e dell’organizzazione del trasporto dei lavoratori. Sezioni che però non si sono fatte. Ad oggi, non c’è un luogo fisico dove si incontrano queste persone. Noi possiamo dare uno spunto, ma poi… se lo Stato ci lascia soli non cambierà mai nulla.

Durante l’emergenza Covid, tra le pagine dei giornali abbiamo letto dei rischi dovuti alla situazione disumana in cui vivono molti braccianti. Ma soprattutto di aziende preoccupate per la carenza di lavoratori nelle campagne. A questo, il sindacalista Aboubakar Soumahoro, anima delle proteste dei braccianti contro lo sfruttamento, ha risposto che “nelle campagne a mancare sono i diritti, non le braccia”.

Grazie a persone che danno tanto per poco all’agricoltura, la produzione si è mantenuta anche durante l’emergenza.
Non ci sono stati grandissimi problemi e il settore ha retto. Ma le dinamiche di sfruttamento sono le stesse di sempre. Il lavoratore che stava male prima continua a stare male oggi. Quanto detto da Soumahoro è estremamente vero. La manodopera c’è, il problema è un altro.

Il decreto Rilancio, si ipotizza che permetterà di regolarizzare migliaia di persone, ma alcuni aspetti lasciano perplessi. Ad esempio, quello di legare la regolarizzazione alla volontà del datore di lavoro senza prevedere alcun tipo di incentivo. Mi chiedo perché un datore non in regola dovrebbe, di sua iniziativa, intraprendere delle pratiche che risultano anche onerose (si parla di un contributo di 500 euro per ogni lavoratore).

Un piccolo passo in avanti è stato fatto e credo che cambiamenti ci saranno. Ma dobbiamo essere pragmatici, è la sacrosanta verità. Non si può andare avanti a sanatorie, si tratta di esseri umani, non di palazzi.

La polemica si è concentrata soprattutto sugli immigrati… tant’è che molti hanno parlato del provvedimento come una grossa sanatoria dedicata a loro.

Non stiamo facendo una guerra tra italiani e stranieri, stiamo facendo una battaglia per il lavoro, che lo facciano gli stranieri o gli italiani. Vanno tutelati gli uni e gli altri.
Non possiamo pensare di tutelare l’italiano e non il lavoratore straniero, noi difendiamo il lavoro da chiunque venga svolto. Lo sfruttamento interessa tutti, per questo è bene intervenire con determinazione. Chi non lo fa è complice.

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°207
LUGLIO 2020

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