O capitano! Mio capitano!

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Non risponde il mio Capitano, le sue labbra sono pallide e immobili;
non sente il padre mio il mio braccio, non ha più energia né volontà;
la nave è all’ancora sana e salva, il suo viaggio concluso, finito;
la nave vittoriosa è tornata dal viaggio tremendo, la meta è raggiunta.

Una storia di coraggio? No, non credo.

Non credo che a Carola piacerebbe essere definita “coraggiosa”.

In quello che fa lei, il coraggio è andato a farsi fottere tempo fa.

Da un lato le urla, le incitazioni allo stupro da parte di uomini; dall’altra quei consigli a mo’ di molesta consulenza estetica da parte di Enzo Miccio che Carola ha subito, in silenzio, da parte di donne: “Un po’ di mascara avresti potuto metterlo, se una donna non è bella per sé come potrebbe esserlo per il suo uomo”.

Carola non ha bisogno di uomini. Non ha bisogno di Salvini, così come non ha bisogno dei nostri riconoscimenti.

Non fraintendetemi. Il gesto di Carola ricorda quello di un Oskar Schindler di 45 anni fa (mi perdonerete se sono una convinta sostenitrice della storia magistra vitae). Per chi non lo sapesse o non avesse visto Schindler’s List, Oskar era un imprenditore tedesco che durante la seconda guerra mondiale salvò più di 1.000 ebrei dallo sterminio nazista. Alla fine del film Oskar è disperato. Si tormenta perché crede di non aver fatto abbastanza.

Ecco. Di certo non conosco Carola ma da una che si batte da sempre per gli altri, a partire dalle emergenze ambientali (la sua prima esperienza su una nave è stata da ufficiale di navigazione per l’Alfred Wegener Institute, centro per la ricerca marina e polare) e finendo ai diritti umani in qualità di Capitano della Sea Watch 3, mi aspetto che la sua voglia di mettersi in gioco nasca proprio da quel “non fare abbastanza”.

Non abbiamo fatto abbastanza il 26 maggio scorso e continuiamo a non fare abbastanza. Né per l’ambiente, né per gli altri e, di conseguenza, né per noi stessi.  Che sia chiaro: l’emergenza migranti esiste ma non si risolve facendoli morire in mare o, peggio, rispedendoli “a casa loro”. Carola si è messa al timone per salvare esseri umani e ha sfondato un muro di silenzio fatto da governi che, semplicemente, mancano. Mi è difficile pensare che l’unica cosa che abbia suscitato un grido di aiuto durato 15 interminabili giorni sia stato un silenzio omertoso e assordante.

Alquanto priva di serietà è l’accusa rivolta a Carola di “violenza o resistenza a una nave da guerra“, per questi motivi:

  • La Sea Watch 3 non è una nave da guerra;
  • Il diritto alla vita e il principio di non respingimento, stabiliti dai trattati internazionali, prevalgono sulla legislazione nazionale (sul decreto Sicurezza bis);
  • Salvare le persone in mare è un dovere contemplato dalle convenzioni internazionali.

Quella di Carola Rackete è indole. Quella di noi italiani pure, ma nell’accezione peggiore.

DONA QUI: https://www.facebook.com/donate/704015116720055/

 

di Alessia Giocondo

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1 commento

  1. Pochi si chiedono da dove vengono i finanziamenti che pagano lo stipendio di questa donna “capitano” di una nave che raccoglie migranti in mezzo al mare, non per salvarli ma per adempiere ad un piano di invasione dell’Europa e dello sgretolamento della composizione sociale dell’Europa. Un’attività come la sua è molto dispendiosa: c’è la nave, il suo stipendio, lo stipendio dell’equipaggio, la logistica della nave stessa, il mantenimento a bordo dei migranti e così via. Soros e le sue NGO sono di dietro, ma non è l’unico. Che poi questa donna gioca all’eroe, le chiederei prima di tutto quanto è realmente pagata. Qui siamo di fronte ad un dramma di cui le vere vittime sono questi migranti (infiltrati da avventurieri di ogni sorte) che sono letteralmente arruolati via ngo nei loro paesi d’origine o hanno subito la devastante politica degli USA e Europa nella loro nazione e le popolazioni europee invase. Il resto è solo cinismo e teatro dietro un piano ben preciso. Un giornalista come lei che non ha fatto il suo lavoro di ricerca e compone un articolo solo sull’emozione non è un giornalista ma un riempitore di pagine, in questo caso digitali.

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