Campania. L’inclusione tra le zone rosse sembrava scontata, eppure, la Campania è stata classificata zona gialla. Perché?

La divisione del territorio nazionale in zone di rischio con le relative misure restrittive è stata frutto di un processo complicato, tanto da far slittare l’applicazione del Dpcm. Il risultato ha scatenato sospetti e polemiche da Sud a Nord, da chi si aspettava un colore e invece se n’è ritrovato un altro e chi preferirebbe che si applicassero le stesse regole su tutto il territorio nazionale. Molto discussa la situazione della Campania e della Calabria, le cui sorti sembrerebbero essersi invertite da un giorno all’altro.

Guardando ai dati del Lab24 (Sole24ore), la Campania, con oltre 80mila casi, non solo è la prima regione del Sud, ma sembra essere al terzo posto in Italia, superata solo da Piemonte e Lombardia. Non meglio per il numero di ricoverati in terapia intensiva, dove la quota di posti occupati che ha superato da un po’ la soglia critica del 30%. E i tamponi? Per molto tempo la situazione tamponi in Campania è stata critica: pochi effettuati rispetto al resto d’Italia e tempi di attesa enormi. Per fortuna, però il ricorso ai laboratori privati tanto cari al Presidente De Luca ha fatto schizzare più in alto i numeri, (dai 6 o 7mila di settembre e inizio ottobre fino ai 20 mila di fine ottobre o inizio novembre) anche se il prezzo da pagare è stato quello di avere una serie di tamponi falsi e un’enorme speculazione sui prezzi.

Tutto ciò rendeva scontata l’inclusione nella zona rossa, anche per lo stesso De Luca che non aspettava altro che aumentare le restrizioni, sta volta protetto dallo scettro delle misure nazionali.

Ma il Dpcm ha scelto per la zona gialla. Cos’è cambiato? Lo stesso Presidente ha cambiato atteggiamento, scagliandosi contro chi voleva per la Campania la zona rossa, fiero di meritarsi la medaglia gialla per il buon lavoro fatto.

Sono tanti i parametri da prendere in considerazione. Sono stati utilizzati ben 21 indicatori, raggruppati in tre ambiti. Il primo misura la capacità di raccolta dati delle singole regioni, il secondo la capacità di testare tutti i casi sospetti e di garantire adeguate risorse per contact tracing, isolamento e quarantena e il terzo valuta la capacità “ricettiva” dei servizi sanitari e il monitoraggio del contagio.

Un ruolo cruciale pare abbia avuto l’indice di contagiosità, il famoso Rt.

A quanto pare la Campania, nonostante i molti casi, ha un Rt più basso (sceso da 1,60 a 1,29) ad esempio di Lombardia o Calabria e sotto la soglia di allerta degli 1,50: la trasmissione si sarebbe stabilizzata rispetto alle scorse settimane. Eppure, l’Istituto superiore della Sanità, nel suo ultimo report, parla di dati “inattendibili” in Campania che non fotografano la realtà, dovuti per lo più al “ritardo di notifica dei casi”.

La dirigente dell’unità di Crisi, Roberta Santaniello, spalleggia De Luca e afferma con fierezza che nella scelta del governohanno inciso i posti letto in terapia intensiva della Campania”.

Il fatto che a dirlo sia proprio lei, indagata per turbativa d’asta durante la gestione sanitaria dell’emergenza, di certo non aiuta. Ma guardiamo ancora ai dati.

Il rapporto dell’Osservatorio Carlo Cottarelli, pubblicato il 24 ottobre esamina la situazione delle terapie intensive in Italia dopo che il Decreto Rilancio, stanziando circa 606 milioni, aveva previsto un aumento dei posti letto di 3.500 unità, distribuiti in maniera omogenea tra le regioni in modo da garantire 14 posti letto ogni 100mila abitanti su tutto il territorio. Ciò che emerge però è una distribuzione disomogenea e un aumento complessivo di sole 1279 unità.

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La Regione Campania, allo scoppio della pandemia, contava 335 posti letto in terapia intensiva (la metà di quelli necessari per gestire emergenze ordinarie). Avrebbe dovuto attivarne 499 secondo le richieste del Ministero, ma in 7 mesi ne ha attivati sulla carta soltanto 92, arrivando quindi ad un totale di 427.

Del resto, se si guarda ai dati relativi le spese (Osservatorio bandi pubblici Covid19, Openpolis), che ben meriterebbero un’analisi a sè, queste sono quasi esclusivamente concentrate nel mese di aprile e sono andate a finanziare prevalentemente l’acquisto di tute di protezione e mascherine. Seguono le spese per strutture modulari per la terapia intensiva da destinare all’Ospedale del Mare. Struttura che però, è bene ricordarlo, funziona con soli 12 posti di terapia intensiva su 72 dichiarati e due moduli su tre.

Il problema non sono tanto le attrezzature, che non dovrebbero mancare considerando i 390 milioni spesi e i ventilatori polmonari ammucchiati tra i rifiuti (come mostrano le inchieste di Fanpage), ma l’assenza di personale medico.

Le ultime assunzioni sembrano risalire al mese di marzo, ma il numero continua ad essere esiguo: il prezzo da pagare per anni di politiche di tagli alla sanità pare essere più alto.

Proprio un paio di settimane fa De Luca dichiarava di essere al di sotto delle esigenze minime in quanto a personale medico e di essere pronto a fare miracoli per “reperire da altri reparti gli anestesisti che saranno necessari. Non solo, per concentrare risorse nella pandemia, molti altri servizi sono stati limitati: da metà ottobre sono stati bloccati ad esempio tutti gli interventi considerati “non urgenti”. Non mancano narrazioni su ambulanze utilizzate come letti di reparto, macchine in fila fuori gli ospedali per attendere cure che non arrivano. Persone che rischiano di morire perchè non ricevono immediata assistenza e personale ospedaliero in attesa dell’esito del tampone regolarmente al lavoro anziché in quarantena.

Il bollettino quotidiano della Regione Campania racconta tutt’altro. Il 6 novembre risultano magicamente disponibili 590 posti letto in terapia intensiva. 163 posti in più comparsi da un momento all’altro, contro i 72 costruiti in 7 mesi.

E non si tratta di posti ricavati da quei 243 “attivabili” (riconvertibili) – di cui non si capisce l’utilità – che compaiono da settimane nei bollettini regionali e il cui numero continua ad essere stabile.

Com’è possibile? Da dove è stato recuperato il personale medico per cui ci si allarmava fino a qualche giorno fa? E soprattutto, perché proprio ora e non prima? Non sarà sicuramente un giochino di furbizia come quello tentato (e sgamato) in Calabria la notte del giudizio.

Gli indicatori utilizzati a livello nazionale sono oggettivi, difficile metterli in discussione. Ma è possibile fidarsi dei dati forniti dalla Regione Campania? Oppure la sanità in Campania è effettivamente al collasso nonostante si trovi solo ad un livello basso di rischio (zona gialla)? Le domande sono tante ma, in fondo, De Luca ci aveva avvisati che avrebbe fatto miracoli, guai a sottovalutarlo.

di Giorgia Scognamiglio

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