Nei giorni scorsi a Napoli si è svolta una riunione operativa presso la locale Prefettura alla presenza del ministro Sergio Costa con lo scopo di riprendere le fila del discorso sulle priorità degli obiettivi da perseguire nella risoluzione delle problematiche riguardanti il martoriato territorio campano tristemente famoso con il nome di Terra dei fuochi.

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Ripercorriamo allora i momenti che portarono all’attenzione dell’opinione pubblica la drammatica situazione delle aree violentate dalla tracotanza della malavita organizzata con l’acquiescenza, forzata e non, voluta o meno, delle istituzioni locali ma anche degli abitanti di quei territori. 

Era l’ormai lontano 2004, quando Alfredo Mazza, medico del CNR, pubblicando un articolo sulla prestigiosa rivista Lancet Oncology intitolato “Italian triangle of death linked to waste crisis”, coniò il termine di “Triangolo della Morte” per definire l’area tra le città di Nola, Marigliano ed Acerra. In questa zona Mazza aveva osservato un significativo aumento tra il 1994 e il 2000 dell’incidenza tumorale nella popolazione.

Trascorsi 10 anni, apparve un editoriale su un’altra importante rivista scientifica, Nature, dal titolo “Toxic Legacy”, dove si evidenziava che la Campania era stata utilizzata come una discarica per lo smaltimento di rifiuti tossici da aziende italiane e straniere. In questo stesso articolo, si evidenziava, però, la difficoltà di trovare una associazione tra la alta incidenza dei tumori e gli sversamenti tossici.

 

«Finora la polizia ambientale ha identificato 32 siti che contengono in un minimo stimato di 3,5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici. Ma senza informazioni cruciali sull’esposizione effettiva, compresi i livelli di dose, è impossibile determinare se i prodotti chimici scaricati hanno aumentato il rischio di cancro in quella che è una regione povera, dove le persone fumano di più e hanno stili di vita non più sani che in altre parti del paese.  Problemi simili sorgono quando emergono notevoli percentuali di cancro attorno alle centrali nucleari o ai siti industriali. I tentativi di dimostrare un legame causale determinano diversi dilemmi. Uno è che il numero di casi di cancro è di solito troppo piccolo per statistiche conclusive. Un altro è che i tumori di solito diventano evidenti anni dopo l’ipotetica esposizione a sostanze cancerogene, e tali esposizioni storiche sono quasi impossibili da dimostrare scientificamente. Ma di solito, l’identità delle sostanze chimiche temute è nota. In Campania, la sfida è maggiore perché i fondamenti stessi sono sconosciuti… non solo la posizione e il contenuto chimico delle discariche ma anche la vera incidenza locale del cancro.  Negli ultimi anni, le informazioni hanno iniziato a emergere».

Il problema è comunque storico perché la prima denuncia dell’elevata incidenza tumorale in Campania arriva nel lontano 1977 dall’oncologo Giacomo Giordano con la pubblicazione del libro bianco: “Salute e ambiente in Campania”. Il figlio del professore Giordano, Antonio, Direttore dello Sbarro Institute (SHRO) di Philadelphia e professore di Anatomia e istologia patologica all’Università di Siena, ha continuato a denunciare il disastro ambientale nei suoi studi dove ha evidenziato l’aumento significativo delle morti per tumore e delle malformazioni congenite in Campania.  

“E’ importante determinare l’ambiente in cui viviamo e quali sono le sostanze che danneggiano o frenano la longevità delle nostre cellule”, spiega il professor Giordano. Oggi continuano le indagini e le analisi dei suoli, delle acque e dei prodotti agricoli per individuare gli inquinanti ed i danni che possono aver provocato. Il dibattito più acceso è basato sul “nesso di causalità” ovvero capire se il numero elevato di tumori, leucemie e altre patologie cardiorespiratorie nella popolazione campana possa essere attribuito allo sversamento dei rifiuti tossici o al fenomeno ancora più radicato dei roghi tossici. Differenti sono gli studi che sono stati eseguiti e che si stanno eseguendo con il coinvolgimento di vari scienziati per interpretare anche i dati già esistenti. Una intuizione geniale è stata quella portata avanti dal dottore Luigi Montano in suo progetto chiamato “EcoFoodFertility”, dove ha dimostrato che le alterazioni del liquido seminale possono essere associate all’inquinamento ambientale. “Il progetto ha individuato nel seme maschile una chiave di lettura affidabile per meglio valutare il peso dell’inquinamento ambientale sulla salute umana e per svelare i meccanismi più fini del rapporto Ambiente-Salute” come ha dichiarato lui stesso (Qui il link).

Nello scorso giugno sono stati presentati i risultati preliminari dello studio sull’impatto sanitario degli smaltimenti e delle combustioni dei rifiuti svolto dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con la Procura della Repubblica di Napoli Nord. In tale studio sono stati presi in esame 38 Comuni tra le province di Napoli e Caserta, dove sono stati individuati 2767 siti di smaltimento dell’immondizia – sia legali che illegali. La percentuale dei decessi per tumore in questi comuni è risultata maggiore rispetto alla media regionale e dell’intero Sud Italia (periodo 2008-2015), in particolare nei casi di tumore al fegato e alla vescica, riscontrati in entrambi i sessi, e alla mammella nelle donne (Qui il documento.) Inoltre, secondo i dati dell’A.I.O.M. (Associazione Italiana di Oncologia Medica), la Campania è la prima regione in Italia per numero di casi di tumore al polmone nel 2019.

A questo punto è lecito chiederci: oggi, qualcosa è cambiato? Purtroppo, i rifiuti tossici ancora vengono smaltiti e bruciati illegalmente e da essi si innalzano fumi neri, densi di sostanze pericolose che soffiano come venti velenosi di morte sulle vite di chi ci abita.

Speriamo che le parole del Ministro, nella conferenza stampa dopo l’incontro in Prefettura, illustranti le iniziative messe in campo, siano effettivamente seguite da fatti concreti.

di Bruno Marfé e Gabriella Marfé

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