Campania, affari privati per i viaggi della monnezza pubblica

Immondizia Campania

La Campania non ha una filiera industriale dei rifiuti. E quale che sia la scelta politica nella fase finale dello smaltimento, c’è da registrare un fatto: a parte le promesse elettorali della classe dirigente nuova e vecchia di traghettare la Regione fuori dagli ultimi 25 anni di incubo nel settore della monnezza, poco o nulla è stato fatto.

Da anni si discute di costruire o meno inceneritori, se realizzare altri impianti di termovalorizzazione, se aprire nuove discariche dopo aver bonificato quelle sature, se spingere sempre più sulla raccolta differenziata, se realizzare siti di compostaggio per il rifiuto umido, come smaltire l’eredità mostruosa di oltre 6 milioni di tonnellate di ecoballe stipate soprattutto tra Giugliano e Villa Literno.

Lo choc dell’ultima drammatica crisi nel settore, quella del 2007/2008, che espose l’Italia al ludibrio internazionale, non ha insegnato nulla alle istituzioni locali (Regione e Comuni), mentre ha avuto un effetto salutare sulla condotta dei cittadini. Perché se è vero che negli ultimi 10 anni, invece di costruire impianti, la regione ha privilegiato la scelta di mandare la monnezza all’estero, saturare fino all’inverosimile le discariche ancora aperte, stressare fino alle rotture e ai guasti quasi quotidiani gli impianti in funzione, è vero anche che la Campania è diventata una delle regioni più virtuose sul fronte della raccolta differenziata. La Campania differenzia quasi il 52 per cento dei rifiuti, in linea con quelli che sono i dati nazionali e 14 punti in più rispetto alla media del Sud (37,6%). Nel 2016 la Campania era al quarto posto nazionale per differenziazione dei rifiuti, dietro Lombardia, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Questi dati, che spesso vengono sbandierati dai politici come se fossero loro successi, ad onor del vero sono soprattutto il frutto della maturità e della consapevolezza dei cittadini di dover far fronte comune contro la piaga della monnezza. Purtroppo, la situazione rifiuti in Campania resta di severa emergenza ed in ogni momento c’è il rischio di ripiombare in una crisi dagli effetti devastanti. Questo perché, al momento, l’unico dato certo è che la Campania non si è ancora dotata di una impiantistica moderna ed efficiente. Pertanto basta un guasto ad una delle linee di incenerimento dei rifiuti di Acerra, un qualunque problema tecnico, anche ad uno solo degli impianti di tritovagliatura, che si rischia il collasso.

Una evenienza, l’emergenza rifiuti, che va scongiurata soprattutto a Napoli, città che ha visto ritornare in massa i turisti che negli anni scorsi si tenevano alla larga proprio per quelle immagini di monnezza per strada che facevano il giro del mondo in TV, sui giornali e sul web. La città di Napoli è alla canna del gas dal punto di vista economico (da due anni il comune rischia il default per debiti milionari di 20 e 30 anni fa, anche legati alla questione rifiuti) e neutralizzare una fonte di reddito, il turismo, così importante per i napoletani, avrebbe effetti devastanti. Nella periferia di Napoli, da qualche giorno, complici alcuni guasti all’inceneritore di Acerra e problemi di spazio negli impianti di tritovagliatura della provincia di Napoli, si rivedono cumuli di spazzatura per strada. Una situazione che  “preoccupa” il presidente della Giunta regionale Vincenzo De Luca che ci ricorda che “l’emergenza è dietro l’angolo”. Non solo, De Luca, spesso spiega ai cittadini campani che «per evitare problemi bisogna correre sulla raccolta differenziata e sull’impiantistica che è assolutamente da realizzare».

Il problema è passare dalle promesse ai fatti. Per il presidente della Giunta, se quello che è necessario fare e che è sua responsabilità realizzare non si riesce a fare, la colpa è ovviamente degli altri. Così De Luca, come i suoi predecessori, da anni, in assenza di una filiera industriale dei rifiuti che non riesce a realizzare, è “costretto” (si fa per dire) a caricare su camion fanghi da depurazione, ecoballe o scarti alimentari, e spedire tutto altrove per mancanza di impianti. Tra differenziati e indifferenziati, ad esempio, solo nel 2016 un milione di tonnellate di rifiuti urbani è finito in impianti di trattamento di altre regioni o addirittura all’estero.

Il bello di questa storia di “monnezza” è che più lungo è il viaggio dei rifiuti, più aumenta la possibilità che lungo il tragitto facciano la loro comparsa broker e intermediari, commercianti e faccendieri, in un sistema di relazioni sempre più opache. Verrebbe facile parlare della gestione di particolari frazioni di rifiuto con  appalti facili, gestioni dirette e disinvolte, affidamenti diretti che appestano l’aria in questo settore della monnezza in Campania, su cui di recente ha aperto uno squarcio il sito di informazione fanpage.it.

di Paolo Chiariello – Caporedattore SkyTG24

Tratto da Informare n° 181 Maggio 2018

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