Calcio fenomenologia del popolo italiano. Campioni, contratti stracciati, re di popoli, ritiri e tanto altro ruota attorno alla figura della calciatore professionista e quindi, se tanto ci piacciono, perché non provare a conoscere le norme che li coinvolgono?

È importante notare come nel testo originale della Costituzione non vi fosse un riferimento normativo esplicito allo sport. Tale silenzio lo si deve mettere in relazione ad una sorta di ripudio di qualsiasi possibile continuità con i caratteri degli ordinamenti totalitari che nei primi decenni del XX secolo, fecero della preparazione atletica dei giovani una componente essenziale del programma politico, spesso in un’ottica di supremazia razziale.

Quindi solo mediante un contributo interpretativo si è riusciti ad estrapolare una prima qualificazione dell’attività sportiva. Nell’ambito del rapporto di lavoro sportivo professionistico sono applicabili quelli che vengono definiti i principi fondamentali di carattere generale come il principio di personalità dell’art. 2 Cost., che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità; il principio di uguaglianza formale e sostanziale dell’art.3 attraverso il quale lo Stato e le sue articolazioni si impegnano a rimuovere ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini; il principio del diritto al lavoro per ogni cittadino, sancito dall’art. 4 Cost., il quale assegna al lavoro il duplice ruolo di diritto e dovere: fine cui lo Stato deve tendere ed un dovere morale cui ciascun individuo deve adempiere; infine l’art. 18 Cost., che fissa il diritto dei cittadini di associarsi liberamente quindi vi rientra la possibilità di regolare la pratica di un’attività sportiva.

La legge costituzionale n. 3 del 2001, ha riformato parte del titolo V dal titolo “Le Regioni, le Province, i Comuni”, ed il nuovo art. 117 riconosce potestà legislativa alle regioni in “materia di ordinamento sportivo” affinché esse anche in collaborazione con le articolazioni del CONI e con gli altri enti pubblici, si adoperino per creare le condizioni proficue alla diffusione dello sport. Per le fonti di natura legislativa, il riferimento è la legge 23 marzo del 1981, n. 91 che ha disciplinato il rapporto di lavoro fra società sportive e atleti professionisti ed ha dato, per la prima volta, una organica e complessiva valutazione del contratto sportivo professionistico.

Date queste indicazioni tattiche analizziamo gli obblighi del calciatore professionista.

L’art. 4 della legge sul professionismo sportivo stabilisce che nel contratto individuale debba essere inserita una clausola, la quale obblighi il medesimo al rispetto delle istruzioni tecniche impartite per il raggiungere gli scopi agonistici. Tale clausola trova riscontro anche negli Accordi Collettivi, i quali prevedono pure norme comportamentali con il relativo sistema sanzionatorio. La clausola è data dall’art. 10, comma 1 dell’Accordo Collettivo dei calciatori di Serie A, il quale stabilisce che: “Il calciatore deve adempiere la propria prestazione sportiva nell’ambito dell’organizzazione predisposta dalla società e con l’osservanza delle istruzioni tecniche e delle altre prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici”. Si esplica, quindi, l’obbligazioni del lavoratore subordinato e cioè il dovere di obbedienza sancito dall’art. 2104, comma 2 c.c.

Un’ulteriore specificazione di quest’obbligo si ha al comma 6, che pone il divieto per il calciatore di interferire nelle scelte tecniche, gestionali e aziendali della società per la quale sono tesserati; si sancisce così l’obbligo per il calciatore di seguire l’allenatore al quale compete la scelta della collocazione del calciatore in campo, senza possibilità di contestazione. Inoltre l’art. 2104 c.c., al primo comma, sancisce il dovere di adempiere al proprio lavoro con diligenza nell’interesse dell’impresa, quindi il calciatore professionista deve mettere a disposizione della società le proprie prestazioni lavorative in vista del conseguimento del risultato cui le stesse tendono. Vi è poi l’obbligo di curare la propria salute, l’obbligo nel divieto di divulgare le notizie che riguardano l’organizzazione del gioco la tipologia degli allenamenti, gli schemi e le tattiche scelte dall’allenatore e le strategie commerciali della società. Negli ultimi anni ha assunto importanza il comma 4 dell’art. 10 che legittima l’adozione da parte della società di veri e propri regolamenti di condotta, attraverso i quali disciplinare gli aspetti comportamentali richiesti al calciatore: i così detti “codici etici”,

È però opportuno ricordare che una delle caratteristiche del contratto è il vincolo tra le parti: adempiere alla prestazione, pena il verificarsi di conseguenze.

L’art. 11 dell’Accordo Collettivo, rubricato “Inadempimenti e clausole penali”, prevede sanzioni in caso di inadempimento ai doveri contrattuali da parte del calciatore. Nel caso di suo inadempimento sono diversi i provvedimenti che la società ha a disposizione. Essi sono: ammonizione scritta; multa; riduzione della retribuzione; esclusione temporanea dagli allenamenti o dalla preparazione precampionato con la prima squadra; risoluzione del contratto. Simile all’ammonizione scritta, ma leggermente più grave, è la multa. Come l’ammonizione, può essere applicata direttamente dalla società, entro 20 giorni dalla conoscenza del fatto, previa contestazione scritta dell’addebito e sentita la difesa del calciatore nei cinque giorni successivi alla contestazione, ma a condizione che l’importo non sia superiore al 5% della retribuzione annua lorda; in ipotesi di più infrazioni commesse nello stesso mese, la multa può arrivare al 50% della retribuzione mensile. Una sanzione più gravosa è la riduzione della retribuzione che occupa il comma 4 dell’art. 11 dove è affermato che, nel caso di squalifica da parte degli organi della Giustizia Sportiva nazionale o internazionale, la riduzione della retribuzione effettiva lorda, per il periodo corrispondente la durata della squalifica, non potrà essere superiore al 50% della retribuzione dovuta per tale periodo.

Per l’applicazione della sanzione, si tiene conto del fisso retributivo, del comportamento che ha determinato la squalifica. Tuttavia la riduzione della retribuzione non è applicata qualora il calciatore dimostri che la squalifica sia stata comminata a seguito di comportamenti tenuti nell’ interesse sportivo della squadra, nonché della misura del pregiudizio, anche all’immagine, arrecato alla società. In tutti gli altri casi, la riduzione della retribuzione, potrà riguardare anche la parte variabile. Altra misura è l’esclusione temporanea del calciatore dagli allenamenti della prima squadra a causa di condotte e di situazioni non consentite, la decisone va inoltrata al l calciatore ed al Collegio Arbitrale il quale se ritiene che ci siano gli elementi per disporre la sospensione del calciatore dagli allenamenti, cioè le gravi violazioni contrattuali, esso disporrà il provvedimento; in caso contrario il calciatore potrà richiedere al Collegio di disporre i provvedimenti previsti in caso di ingiustificata estromissione ovvero l’immediata reintegrazione nella rosa oppure la risoluzione del contratto e, comunque, ottenere il risarcimento del danno previsto dall’art. 12 dell’Accordo Collettivo. Ultimo provvedimento sanzionatorio è la risoluzione del contratto che se avviene comporta la risoluzione anche di tutte le altre scritture integrative.

L’inadempimento della società è, invece, regolato dagli art. 12 e 13 dell’Accordo Collettivo.

L’art. 12, rubricato “Azioni a tutela dei diritti dei calciatori”, prevede, nel caso in cui la società abbia violato gli obblighi contrattuali, la possibilità per il calciatore di ottenere il risarcimento del danno e/o la risoluzione del contratto.  Oltre alla reintegrazione nella rosa della prima squadra o la risoluzione del contratto ed il risarcimento dei danni subiti, come disposto dall’art. 13, la facoltà di chiedere la risoluzione del contratto, nel caso in cui non si veda corrispondere, entro i termini previsti, il proprio stipendio da parte della società. L’art. 13 disciplina i casi di morosità della società e la conseguente tutela del calciatore. Tuttavia la risoluzione del contratto, non si ottiene se la società provveda, entro venti giorni dal ricevimento della raccomandata di messa in mora, al pagamento di quanto dovuto. Una volta dichiarata la risoluzione del contratto, il calciatore, a titolo di risarcimento del danno, ha diritto di percepire un importo, da corrispondersi mensilmente, pari alla parte fissa della retribuzione ancora dovuta, fino alla scadenza del contratto, nonché un importo determinato dal Collegio Arbitrale che tenga conto dell’eventuale parte variabile e se presenti dei Premi Collettivi.

 

di Salvatore Sardella

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