Cafiero de Raho: per cambiare il mondo serve un esame di coscienza!

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Lectio magistralis di Federico Cafiero de Raho al Dipartimento di Giurisprudenza dell’università degli studi della Campania “L. Vanvitelli”.

«Il primo mezzo di forte contrasto al crimine organizzato è la denuncia, perché se tutti denunciassero ognuno avrebbe la possibilità di raggiungere i propri obiettivi senza dover sottostare a clientelismi e prepotenze».

È questo il messaggio principale che il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo prova a comunicare alla platea che lo acclama, rafforzandolo con esempi di personaggi eticamente invidiabili che, giunti al cospetto di uno dei bivi più difficili della loro vita, hanno scelto di intraprendere la strada più tortuosa: quella della verità.  

Da brividi è la storia dell’agente di commercio Pietro Nava, testimone oculare che sceglie di denunciare immediatamente l’omicidio del giudice Livatino, freddato da alcuni colpi di arma da fuoco mentre si recava presso il tribunale di Agrigento, contribuendo all’identificazione dei sicari e dei mandanti. Un gesto che l’uomo pagherà a caro prezzo, ma del quale, ancora vent’anni dopo, continuerà a non pentirsi con fermezza stoica, consapevole di aver fatto il suo dovere di cittadino onesto.   

È quella di Pietro Nava una vicenda emblematica di quelle di molti altri testimoni di giustizia che, insieme ai collaboratori, sono preziosi per una lotta concreta alla criminalità organizzata: se i collaboratori di giustizia sono, ancora oggi, allontanati dalla terra natia per paura di vendette, il programma di protezione dei testimoni ne tutela la permanenza nei loro luoghi d’origine, per far sì che le persone oneste fungano da sprone per l’intera cittadinanza.  

È la mentalità degli uomini il mezzo principale di contrasto della criminalità, sicuramente affiancata dalle indagini, attualmente coordinate proprio dall’istituzione che, dal 2017, Cafiero de Raho è stato chiamato a ricoprire.  

Nel ripercorrere l’origine di questa figura fondamentale per la storia del nostro Paese, inevitabile è la menzione del giudice Giovanni Falcone, che comprese per primo la necessità di dover creare un gruppo di procure distrettuali (attualmente se ne contano 26, a fronte delle 158 procure circondariali precedenti), tutte strettamente dipendenti dal procuratore nazionale antimafia, che avrebbe avuto, grazie a quest’organizzazione, un quadro generale molto più completo e meglio organizzato del reticolo nazionale di indagini.  

Al compianto giudice è però da attribuire un’ulteriore intuizione fondamentale, che evidenziava la vera potenza della mafia: non più soltanto la capacità di estorsione e quella di imposizione del pizzo, ma soprattutto quella di infiltrarsi nell’economia legale tramite imprenditori e politici: è con questo metodo che, in breve tempo, la criminalità organizzata è riuscita ad aggiudicarsi il monopolio di buona parte degli appalti nel settore delle costruzioni, mettendo in gioco un meccanismo che, se inizialmente vantava come punto di forza le intimidazioni, comincia progressivamente a basarsi su una collaborazione con gli imprenditori proprietari di aziende, che trovavano conveniente l’affiliazione con una regia mafiosa: sono, questi, soggetti economici apparentemente legali, piccole imprese che, per decollare, necessitano di prestiti che riescono ad ottenere solo accordandosi con associazioni mafiose. Oltre alla restituzione del prestito con interesse, queste ottengono la possibilità di controllare le società che, crescendo, diventano società per azioni, abbastanza in regola da rientrare nel codice rigoroso che ogni società deve rispettare per prendere parte ad una gara d’appalti ma, sostanzialmente, illegali.  

È proprio Falcone il primo ad avviare le indagini su questa base, utilizzando un metodo analitico che prevedeva la comparazione di indagini patrimoniali, bancarie, legate a flussi finanziari e assegni, che permettevano di tracciare gli spostamenti di denaro: è questa la base che dà vita al Maxiprocesso di Palermo, con 476 imputati ed è il metodo tutt’oggi utilizzato per controllare le imprese: è la sproporzione fra patrimonio e reddito a far scattare le indagini, forti, adesso, della confisca preventiva, ideata da Pio La Torre e da lui pagata con la vita. L’omicidio La Torre scatenò l’immediata reazione del popolo e del Parlamento, lo stesso effetto ebbero l’assassinio del generale dalla Chiesa, la strage di Capaci: ma è sul serio necessario toccare il fondo per reagire? 

“Non lasciate correre nessuna ingiustizia impunita”, conclude il procuratore, “denunciate, perché siete ragazzi e soltanto così riuscirete veramente a cambiare il mondo”. 

di Teresa Coscia

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