Cafiero De Raho: «Annienteremo le mafie grazie alla fiducia che la gente ripone nello Stato»

 

Se ricercate la mafia pronta a sparare agli angoli dei vicoli più stretti, quelli ciechi e bui, siete sulla strada sbagliata. Oggi più che mai, le mafie sono radicate nella nostra società ma in forme e tipologie diverse dall’immagine delle associazioni criminali che le stese, gli omicidi e anche le vittime innocenti hanno contribuito a costruire negli anni. L’evoluzione della società e lo sviluppo di nuove logiche culturali e tecnologiche ha indotto le mafie a cambiare pelle, a nascondere di più le armi perché, ormai, le più grandi operazioni criminali si progettano nelle sale consiliari di qualche comune da nord a sud del Paese o in qualche seggio parlamentare o, ancora, sulla pelle dei più deboli. Continueremo a leggere pagine di cronaca per arresti di colletti bianchi e di una politica infarcita di corruzione e denaro sporco, che ancora oggi è difficilmente rintracciabile. I figli dei capicosca, inoltre, hanno studiato negli ultimi 30 anni e sono diventati avvocati, commercialisti, imprenditori: quegli uomini della ndrangheta che conta.

 

 

In un momento in cui cadono per sempre dei simboli di mafia come Riina è importante che si creino e rafforzino iniziative di legalità, che possano definirsi esempi di impresa intelligente che coniughino il valore del lavoro e quello del riscatto. Tra questi si annovera indubbiamente il “Pacco alla camorra” alla sua settima edizione, quest’anno consacrato dal nuovo procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho, tornato a Casal di Principe a Casa Don Diana dopo gli anni di inchieste e arresti degli esponenti del clan dei casalesi.

 

 

Cosa è cambiato negli ultimi 15 anni? «È un po’ come tornare a casa – esordisce Cafiero De Raho – in una cittadina che è stata nel mio cuore, laddove i casalesi hanno compreso che bisognava reagire di fronte ad una violenza e ad una sottrazione della libertà. Con gli anni l’hanno capito che bisognava farlo ed è stato fatto. Non dimenticherò mai quel 19 marzo 1994 quando fu ucciso Don Peppe Diana e nella chiesa c’erano tanti giovani che si riunirono e intervennero pubblicamente parlando del clan dei casalesi, raggiungendo la maturità e la libertà alla quale loro aspiravano e che io speravo arrivasse. E così è stato. Oggi, le maggiori difficoltà degli ultimi anni che hanno uffici di Procura e Forze dell’Ordine – continua De Raho – è quella di individuare gli imprenditori che continuano a lavorare nel tessuto economico usando il denaro di quel clan, che ancora non è stato accertato e individuato nelle mani di chi si trovi. Coloro che sono stati arrestati come riciclatori muovevano solo una piccola parte del tesoro di Zagaria o degli Schiavone, coloro che hanno portato avanti il clan dei casalesi. Bisognerà presto identificare e arrestare queste persone. Credo che si sia fatto tanto nella lotta alla criminalità organizzata – conclude il Procuratore – e vedo che la gente oggi ha fiducia nello Stato ed è fondamentale per raggiungere una totale bonifica dei territori e di annientamento delle mafie».

Servizio Fotografico a cura di Carmine Colurcio