Caffè banco colazione amaro

Caffè amaro: scoppia il “caro colazione”

Angelo Velardi 13/02/2022
Updated 2022/02/13 at 3:32 PM
4 Minuti per la lettura

Il caffè: la bevanda più consumata in Italia e tra le più consumate al mondo. Nel nostro Paese ogni giorno vengono gustate 9,3 milioni di tazzine di caffè e la metà degli italiani ne beve almeno una al giorno, per un giro d’affari intorno ai 20 miliardi di euro.

Una storia romantica quella tra il caffè e l’uomo, tra il caffè e gli italiani, che viene minacciata dalla piaga di quest’inizio 2022 (e non solo): i rincari.

Non è certo l’unica materia prima ad aver visto schizzare alle stelle il suo prezzo, ci stiamo quasi abituando a prevedere che tutto ciò che paghiamo nella nostra quotidianità aumenti d’improvviso.

Per il classico caffè al bar i listini stanno passando da un prezzo medio di € 1,09 di qualche mese fa ad un attuale € 1,50, con un aumento del 37,6%. Questo genera, inevitabilmente, una situazione delicata: i torrefattori faticano ad approvvigionarsi e le quotazioni di mercato sono raddoppiate. Ciò che più spaventa è che non si percepisce ancora di aver raggiunto il punto più critico.

L’emergenza Covid ha messo in luce tutte le fragilità della catena, a cui si sono aggiunti imprevedibili danni meteorologici subiti dalle piantagioni brasiliane, prime fornitrici al mondo per la loro vastità.

Proprio il Brasile è storicamente il più importante produttore di caffè, davanti a Vietnam e Guatemala. Le gelate della scorsa estate sugli stati di Rio de Janeiro, San Paolo, Espirito Santo, Bahia e Minas Gerais, zone ad alta concentrazione di piantagioni di caffè, hanno dato un’ulteriore mazzata alla produzione.

Non è solo la scarsità ad aver fatto schizzare i prezzi: tanta responsabilità è da imputare anche ai costi logistici. Per l’export intercontinentale, un container un anno fa costava 3mila euro, ora ne costa 12mila! Prezzi mai così alti anche per i fertilizzanti e il packaging (con incrementi fino al 25%).

Per far fronte – almeno parzialmente – a questa impennata dei costi che porta il caffè al commerciante, si sta assistendo ad un ritorno al passato. Visto che spedire il caffè in tutto il mondo richiede tempi lunghi e costi così alti, si assiste ad un ritorno al trasporto nelle stive di navi da carico generiche. Soluzione più economica, evidentemente, ma non di certo ottimale per i chicchi che, benché protetti da sacchi resistenti, rischiano di bagnarsi e deteriorarsi. Inoltre, le operazioni portuali sono più lunghe e difficili, aumentando i rischi di conservazione.

Tutto il backstage che abbiamo provato a delineare fa sì che diventi veramente complicato mantenere il prezzo del caffè ad un euro, a meno che non si tratti di un prodotto di scarsa qualità. Mantenere quel prezzo significherebbe andare in perdita, mettere a rischio la sopravvivenza dell’attività stessa, soprattutto di quei bar classici che basano il loro profitto proprio sulla quantità di caffè quotidiani.

Aumenti importanti, dunque, per cui sembra non ci siano soluzioni a breve termine. L’Italia è il terzo importatore di caffè verde (non ancora torrefatto) al mondo, dopo Stati Uniti e Germania, e purtroppo deve stare alle dinamiche di una catena in questo momento in grosse difficoltà. Non ci sarà un’inversione di tendenza? Difficile prevederlo, ma probabilmente per i prossimi anni i prezzi rimarranno elevati, in attesa che la produzione in Brasile torni ai ritmi di qualche anno fa e che si abbassino i costi del trasporto in container.

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