Ferdinando IV, il sovrano che non ebbe alcuna illuminazione, se non quella di provare a rimettere in sesto le disastrate casse di famiglia con esperimenti che, ancora oggi, sembrano affannati tentativi per esaltare improbabili eccellenze di una terra soffocata dai voleri del monarca.  

A guardare il borgo serico di San Leucio con occhi più fermi, con i pensieri meno incrostati di campanilismo barocco, si restituisce alla storia un inquietante laboratorio antropologico che non ebbe mai le caratteristiche di sviluppo propagandate. Fu, stando ai bilanci della Casa Reale, un tentativo di rimettere in piedi parte delle finanze disastrate della dinastia borbonica.

Per realizzare l’intero impianto della Reggia con i tenimenti reali, i quartieri per i soldati e la stessa cittadella operaia di San Leucio, l’Erario perse qualcosa come 6,7 milioni di ducati, a fronte di un bilancio annuale del Regno che era di molto inferiore ai 3 milioni. E per chiudere anche le coscienze, dopo aver murato decine di chilometri di proprietà con una cortina di isolamento in tufo nel 1775, Ferdinando IV, emanò un ordinamento giuridico che rappresentava la piena concretizzazione del progetto isolazionista.

Le leggi, scritte quasi sicuramente da Antonio Planelli, perché il re non ne era all’altezza, aprivano il portale di ingresso al borgo operaio con un perentorio “Io vi impongo queste leggi, rispettatele e sarete felici”, nella peggiore tradizione delle utopie socialiste che, a San Leucio, rimasero solo di facciata. Come le case tutte uguali e posizionate in fila anonima, sui lati di severi quartieri che portavano i nomi dei regnanti. Abitazioni con strutture interne alienanti e figlie di una ripetizione architettonica che portò alcuni sudditi a non riconoscere nemmeno la propria abitazione, tanto era ossessiva e omologata l’estetica urbana del borgo leuciano.

Ancor più complesso era riconoscere i cittadini della piccola colonia serica. I lavoratori non potevano vestire liberamente, se non con delle anonime tute, per evitare discriminazioni ed essere tutti uguali, non solo nel godimento di diritti e vantaggi economici che, come narrato dalla cronaca sincera, non ci furono che per qualche anno. Persino la possibilità di uscire dalla cortina muraria che soffocava l’altura di San Leucio era vietata dal Codice che regolamentava solo quella porzione di territorio reale.

Fu un’altra finzione, perché, pochissimi anni dopo la fondazione della Colonia leuciana, il numero degli abitanti crebbe a dismisura, con innesti “esterni” che, in alcuni casi, portarono anche alla propagazione di alcune malattie contagiose, non mortali. Malattie che, sempre per volere di Ferdinando IV, potevano essere curate nel nosocomio coloniale solo ai leuciani e non fuori dalle mura.

Una tragedia sanitaria che fece registrare impennate di mortalità, soprattutto infantile. Poi la terribile verità. Quella della finta ripartizione orizzontale e socialista dei ricavi, ottenuti con la lavorazione intensiva della seta al borgo. Un’altra misteriosa incongruenza che evidenziò forti concentrazioni di guadagni, solo nelle società che erano a partecipazione borbonica.  Nel 1798-99 vi furono i primi cottimi, a svelare che le disparità di trattamento tra i coloni c’erano eccome.

Nel 1802 finì la gestione diretta e parte del ciclo produttivo venne concentrata in una società composta dal Re, dai Wallin e Miranda e da alcuni capi mastri della Colonia, scelti dal sovrano stesso. Con la restaurazione borbonica la Colonia decadde ancor più. Disoccupazione e sottoccupazione furono all’ordine del giorno. Nel 1828 si cercò di ritornare alla gestione diretta ma nel 1843 il ciclo lavorativo passò ad una società tra la Real Casa e Raffaele Sava per l’industria e la confezione delle sete e lanerie della Real Fabbrica di S. Leucio.

Un affare privato della dinastia borbonica che, dati alla mano, non apportò mai un incremento reale delle condizioni economiche del popolo. Anzi. Dal 1774, al 1778, Ferdinando IV fece realizzare strade e muraglioni di chiusura che, nei fatti, consentirono alla Casa Reale di mettere velocemente le mani sulle zone di Castel Morrone e Caiazzo, soffocando in confini imposti le zone di Monte Briano, San Silvestro e Monte Maiulo.

Una sola e ininterrotta filiera della proprietà borbonica che doveva servire a realizzare il sogno delirante del sovrano. La grande Ferdinandopoli. Una città dalle dimensioni spaventose che avrebbe occupato un quarto della provincia casertana, con al suo interno la gemmazione biologica dei leuciani di terza generazione. I sudditi perfetti, elaborati nella sperimentazione del borgo di San Leucio. Fu questo il grande sogno di sviluppo dei Borbone a Caserta? 

di Salvatore Minieri

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