Bruno Marra e il miracolo di D10S

Bruno Marra è giornalista professionista, editorialista e collaboratore della SSC Napoli come redattore del sito ufficiale. Bruno è anche uno scrittore con il cuore azzurro e l’animo napoletano.Il suo libro “BruNapoli”, tra i vari riconoscimenti, ha ricevuto il “Premio EccellenzeNapoletane” e “Oscar dell’Editoria Campana 2019”. Il testo è stato inserito nel programma culturale e didattico dall’Assessorato di Napoli.

Bruno Marra, giornalista, scrittore ma soprattutto cuore azzurro, come descriveresti il tuo rapporto con “Napoli”?

«Sono innamorato di Napoli. Per un semplice motivo: sono profondamente convinto che se non fossi nato a Napoli sarei stata una persona peggiore. Napoli migliora, accresce il proprio humus, è una cassa di risonanza del talento che ognuno porta dentro.
Così come di converso amplifica anche il marcio. È una città esponenziale che sta in Italia per sbaglio. È una Repubblica unica e a statuto speciale. Senza regole predefinite.
Una iperbole, certamente, ma talvolta anche un limite inespugnabile. In pochi chilometri quadrati vivono estrazioni culturali distanti e talvolta diametralmente opposte.
Questo è il fascino di una città che è impossibile declinare in un solo modo, perché Napoli può essere raccontata in diverse maniere. E nessuna di essa sarebbe più giusta o sbagliata di un’altra».

Il quartiere di Soccavo, resta il “Paradiso”?

«Il mio Paradiso lo è sicuramente ancora oggi. Negli anni ‘80 Soccavo era l’epicentro del Mondo, semplicemente per il fatto che ci era caduto dal cielo il Dio del calcio.
Io avevo 14 anni in quel fantastico 30 giugno del 1984 che accolse Maradona e sono cresciuto in un quartiere che, grazie al Centro Sportivo, progressivamente assunse stimmate sacrali, assurgendo da costellazione di periferia a Stella cometa. La stessa Stella che ancora oggi, idealmente, vive nel cielo di Soccavo sul sentiero del “Paradiso”».

Scegli tre aggettivi, per descrivere quello che hai provato il 5 luglio 1984, nello stadio San Paolo per vedere Maradona nel campo che sarebbe stato “suo” per 7 anni?

«Non uso aggettivi perché ce ne sarebbero tanti, troppi, e nessuno sarebbe esaustivo per restituire quella felicità.
Però ricordo perfettamente che da bambino, grazie a Maradona, iniziai a farmi una mia idea fideistica e in qualche modo “teologica”. Perché, dopo aver visto quella festa inenarrabile al San Paolo, pensai che un “Padreterno” certamente da qualche parte doveva pur essere nascosto lassù, in alto. O magari trafelato in incognita tra noi a godersi quel pomeriggio di beatitudine nel nome di D10S. Intimamente quel giorno pensai, per la prima volta, che la vita fosse veramente meravigliosa. E per quelle sensazioni che mi riempiono ancora le sinapsi, oggi sono contento che quello stadio sarà affidato all’Eterno, diventando per sempre il suo TEMPIO».

In questo tempo di pandemia, quante e quali sono difficoltà professionali del vivere il calcio?

«Le difficoltà si percepiscono concretamente: il più grande ostacolo che bisognava superare non era sanitario, ma sociale.
Ovvero il finto snobismo, la presunta inferiorità morale che viene attribuita al calcio nella retorica intellettualoide, a fronte di un emisfero che in realtà rappresenta la più grande molla emotiva del Paese. Oltre che alla terza forza economica. Ecco, questo solo mi ha dato fastidio, dover lavorare dribblando la demagogia a buon mercato».

Da tifoso e da giornalista cosa ha rappresentato ed ancora è, per te, Maradona?

«Diego va scisso nel mio personale “racconto di formazione” emotivo. L’ho vissuto principalmente dal punto di vista umano, ed è sotto questa ottica che l’ho raccontato nel mio primo libro “BruNapoli”. Perché Maradona, principalmente è stata la mia infanzia, il mio amico “immaginario” eppur reale.
Il mio fratello maggiore, io che ero figlio unico e dovevo assortire la creatività con la solitudine. Poi col tempo mi accorsi che era anche un fratello speciale. Perché io durante la settimana gli esprimevo un desiderio, e lui, non so come, la domenica lo faceva diventare reale.
Finché, gradualmente, capii che non era solo un sogno mio, perché a un certo punto cominciò a crederci pure mio padre.
E con lui tutti gli “adulti” come lui, che dopo anni di dolore non credevano neppure più a Dio. Ecco, questo è stato il Miracolo di Diego».

di Anna Copertino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213
GENNAIO 2021

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