Breve soggiorno in un paradiso fiscale

85
informareonline-paradiso-fiscale
Con il termine “paradiso fiscale” vengono indicati quegli Stati che, attuando una legislazione particolarmente agevolata per i redditi delle persone fisiche o per quelli delle società, riescono ad offrire condizioni che consentono di attirare ingenti capitali dall’ estero, poiché garantiscono una tassazione molto ridotta o in alcuni casi nulla rispetto allo Stato di appartenenza.

L’espressione “paradiso” deriva con molta probabilità dall’errata traduzione della denominazione inglese tax haven data a tali zone, in cui “haven” significa letteralmente rifugio ma è molto simile ad “heaven” che viene invece tradotto, per l’appunto, come paradiso.  Il fenomeno, dei “paradisi fiscali”, si farebbe addirittura risalire alla fine del XIX secolo, quando il Delaware e il New Jersey iniziarono ad offrire condizioni fiscali particolarmente favorevoli attirando così società da altri Stati della nazione; fenomeni di delocalizzazione economica che sono poi aumentati in maniera esponenziale grazie alla globalizzazione. 

LOng Tax Justice Network, in cui rientrano esperti contabili, economisti e giuristi, prospetta le due caratteristiche principali dei paradisi fiscali: la separazione, prevista dalla legge, tra luogo di svolgimento dell’attività e residenza fiscale e la segretezza a cui si aggiunge di frequente una opacità delle informazioni. Il passaggio di capitali in questi paradisi si articola essenzialmente nelle seguenti fasi: dislocamento e accatastamento. Tramite il dislocamento, il capitale viene trasferito negli istituti di credito di Paesi esteri, frazionato in somme di minore entità per ottenere passaggi meno lampanti al fine di evitare eccessivi sospetti. Successivamente c’è l’accatastamento, cioè quella fase che rende praticamente impossibile risalire all’origine dei profitti e questo perché vi è totale assenza di trasparenza nelle operazioni. 

L’immaginario comune, aiutato anche dal nome, è quello di luoghi esotici confinati in un piccolo punto dell’Oceano Pacifico ed, invece, sono molti i Paesi industrializzati che vi ricorrono assiduamente. 

A ricorrervi sono in particolar modo multinazionali e grandi imprese, ed anche singoli individui titolari di patrimoni tali da poter sopportare i costi organizzativi e gestionali richiesti. Infatti non è indispensabile essere in possesso di affari miliardari per godere di questi vantaggi, basta un fatturato annuo di circa 40 mila euro; ecco perché le persone fisiche e giuridiche non si fanno scrupolo ad usare tecniche di evasione mediante i paradisi fiscali dal momento che il loro patrimonio è sotto la pressione di diversa ed alta fiscalizzazione. Accanto a queste manovre di spostamento che, di fatto, possono essere definite “legali”, c’è un notevole aumento di un traffico parallelo di patrimoni, quelli provenienti dalla criminalità organizzata che utilizza i paradisi fiscali per riciclare il denaro frutto di illeciti. Inoltre l’aumento di interesse verso i paradisi fiscali ha spinto la nascita di nuove professioni ossia di esperti che, da ogni parte del mondo, offrono la loro consulenza per effettuare operazioni che pur nel rispetto della legge consentano di pagare meno tasse, aiutando così i loro assistiti a scegliere il paradiso fiscale più adatto a loro e all’attività che svolgono. 

Dal recente rapporto del Government Accountability Office (Gao) presentato ai membri del congresso degli Stati Uniti, volto ad analizzare le principali 100 imprese americane nel 2007, emerge che 87 hanno sussidiarie in Paesi che in base alla legislazione statunitense sono considerati paradisi fiscali e 74 hanno rapporti contrattuali con il governo federale. Per quanto riguarda l’Italia non esistono dati altrettanto certi ad affidabili, ma dal momento che ci si focalizza sulla struttura della società è difficile incontrarne una che non abbia al suo interno, almeno in qualche punto della catena, una società con funzioni di mera scatola cioè che contiene solo la partecipazione di altre società, che risiede e non paga le imposte in un paradiso fiscale. Non c’ è nulla di fraudolento ma è una porta aperta verso l’illecito. D’altronde che l’esportazione dei capitali sia un fenomeno importante per il nostro Paese è suggerito anche dalla vicinanza con Svizzera e Austria e confermato dalle cifre rientrate in Italia a seguito del provvedimento dello scudo fiscale, di cui parleremo in seguito. 

L’aumento esponenziale dei paradisi fiscali ha avuto la conseguenza di un minor gettito fiscale per gli Stati che applicano regimi impositivi ordinari; le stime indicano che circa il 60% dei capitali del nostro pianeta è localizzato proprio in questi territori.  

Ecco il perché dell’intervento svolto dalla comunità internazionale per arginare il fenomeno dei paradisi fiscali e delle giurisdizioni non-cooperative. L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha indicato nel 1998 i valori che caratterizzano il territorio definibile come paradiso fiscale e nell’anno 2001 è stato pubblicato “The Oecd project on harmful tax practices, 2001 Progress Report” nel quale ha identificato direttamente gli Stati e i territori da considerarsi come tali. Al contempo l’organizzazione, al fine di migliorare lo scambio di informazioni tra Stati e rompere la barriera di segretezza che li caratterizza, promuoveva la stipula di trattati ad hoc, e incentivava gli Stati a porre in essere una serie di misure finalizzate ad ostacolare ed evitare l’elusione fiscale transnazionale Ultimo traguardo, in ordine temporale, raggiunto in sede Ocse è stato, indubbiamente, quello di inserire all’articolo 26 del modello Ocse di Convenzione contro la doppia imposizione, le disposizioni di cui ai paragrafi 4 e 5.  Infatti ogni Stato che intende usare il nuovo protocollo è tenuto a fornire le informazioni richieste dallo Stato controparte convenzionale, indipendentemente dal fatto che le notizie siano o meno ritenute utili dalla propria Amministrazione fiscale; inoltre, in specifici casi viene meno ogni la facoltà per gli Stati medesimi di opporre il segreto bancario o fiduciario. 

L’individuazione dei territori e degli Stati ritenuti a regime “fiscalmente privilegiato”, è stata sino ad oggi determinata dal decreto ministeriale 21 novembre 2001, ai fini dell’applicazione della normativa “C.f.c.” che  consiste sostanzialmente in una presunzione relativa di elusività: il legislatore, presume, fino a prova contraria, che la detenzione, da parte di soggetti residenti, di partecipazioni di controllo o di collegamento in società residenti in uno degli Stati o territori inclusi nella black list del decreto ministeriale del 21 novembre 2001 è motivata dalla volontà di conseguire un indebito risparmio d’imposta, e dal decreto ministeriale 23 gennaio 2002  in riferimento  all’applicazione della disciplina di indeducibilità dei costi esteri di cui all’articolo 10, comma 10, Tuir. Il legislatore nazionale ha delineato i seguenti parametri: l’esistenza, nel Paese di riferimento, di un livello di tassazione di molto inferiore a quello applicato in Italia, la mancanza di uno scambio di informazioni adeguato ed altri criteri equivalenti. Inoltre i decreti creano una “tripartizione” degli Stati e territori black list, distinguendoli tra: Stati/territori considerati sempre “fiscalmente privilegiati”, Stati /territori considerati “fiscalmente privilegiati” con l’esclusione di alcune tipologie societarie, Stati/territori considerati “fiscalmente privilegiati” limitatamente a determinati soggetti e attività.  

Con l’articolo 1, della legge n. 244 del 24 dicembre 2007 ha provveduto, attraverso i commi che vanno dall’ 83 al 90, a ridisegnare l’assetto normativo nazionale in materia di “paradisi fiscali”. Sono considerati Paesi a regime fiscale agevolato quelli in cui vi è un livello di tassazione inferiore a quello applicato in Italia. Il duplice requisito dell’ “adeguato scambio di informazioni” e del “livello di tassazione  sensibilmente inferiore a quello applicato in Italia” , verrà preso in considerazione solo per la redazione della “white list“. Le vera novità è però rappresentata dal nuovo modo di analizzare il problema, dato che si farà riferimento ad un’unica “white list“, destinata ad elencare i Paesi fiscalmente “virtuosi”. Il vantaggio nell’utilizzare un’unica “white list”, sarà quello di prevedere che le norme restrittive in materia si applichino solo quando il soggetto nazionale trasferisce la propria residenza ovvero la propria attività economica, oppure intrattiene rapporti con soggetti localizzati in uno Stato o territorio non rientrante nella “white list.

di Salvatore Sardella

Print Friendly, PDF & Email