Borrelli: «La questione mafiosa deve restare al centro del dibattito politico»

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La disinformazione crea insicurezza nei cittadini

Giuseppe Borrelli - Photo credit Gabriele Arenare
Giuseppe Borrelli – Photo credit Gabriele Arenare

Una narrazione comune degli organi di informazione in Italia dà ormai per vinta la battaglia al crimine organizzato. Questa conclusione, a volte, viene esplicitata, soprattutto a proposito della camorra del contesto urbano della città di Napoli, quando si parla di una sua trasformazione in gruppi di tipo gangsteristico, prevalentemente composti da minorenni o comunque da soggetti giovani, caratterizzati da condotte estremamente violente, espressione di disagio sociale, ancor prima che economico. In altri casi, invece, la fine della questione mafiosa finisce per divenire una conseguenza implicita della coltre di silenzio che viene stesa sul problema delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella società, nell’economia e nella politica. Non che si taccia delle varie operazioni che, di tanto in tanto, conducono ad arresti di decine di persone o al sequestro di imponenti compendi patrimoniali; ma il tutto viene ricondotto nel ristretto ambito della cronaca, finendo per essere maciullato nelle migliaia di notizie di cui il cittadino è bombardato quotidianamente, per diventare soltanto un tassello della operazione di costante disinformazione tendente a creare una situazione generalizzata di insicurezza, come strumento per la realizzazione di politiche che rispondano, invece, a logiche di tipo securitario e finalizzate, in ultima analisi, di riduzione degli spazi di libertà dei cittadini e delle aspirazioni alla trasparenza dei comportamenti dei pubblici amministratori.
Il problema, in altri termini, finisce di essere quello della possibilità del comune cittadino – colui che non gode di una posizione sociale che gli garantisce, di per sé, la possibilità di autodifesa contro la prepotenza del più forte – di realizzare le proprie aspirazioni: fare impresa, partecipare alla vita politica del Paese, poter fare affidamento su una pubblica amministrazione efficiente e non corrotta. La vera questione diventa, invece, quella della percezione dell’ordine: strade ripulite dalla prostituzione, dagli spacciatori e da persone diverse, anche se solo per il colore della pelle e per il modo di vestire, case inviolabili da parte dei ladri, e via di seguito.
La camorra torna ad essere un problema solo allorquando, in maniera incauta, torna ad essere visibile, superando i confini dell’inabissamento. Se mette una bomba, se uccide per strada (meglio se nei centri eleganti delle città), se esplode colpi d’arma da fuoco per le strade (le cd. stese), se gestisce le piazze di spaccio (salvo che, in quest’ultimo caso, non lo faccia in luoghi prudentemente distanti da quelli occupati dai cittadini “che contano”).
Non è un caso che oggi, l’unica organizzazione criminale capace di occupare le prime pagine dei giornali sia costituita dalla ‘ndrangheta. È un effetto ricollegato alla naturale capacità espansiva di quella organizzazione criminale al di fuori dei confini della Calabria ed alla sua progressiva emersione in luoghi distanti dal Meridione, in città dove la mancanza di abitudine alla presenza mafiosa rende insopportabile, per l’opinione pubblica, la stessa idea di una sua loro contaminazione. Non è un caso, nemmeno, che l’ultimo processo di mafia ad aver goduto del privilegio di una presenza sulle pagine dei giornali per più di due giorni sia stato quello denominato “Mafia Capitale”, riferito ad un luogo (Roma) dove, certamente, la situazione di soggezione dei residenti alla prevaricazione ed alla prepotenza mafiosa appare difficilmente paragonabile a quella cui è sottoposto chiunque viva in qualunque delle regioni di tradizionale insediamento della camorra o di Cosa nostra o della ‘ndrangheta.
L’effetto determinato da questa cancellazione della questione mafiosa, dal dibattito politico e sociale, è stato quello di determinare una sostanziale indifferenza alla stessa dell’opinione pubblica nazionale. Le vittime sono state lasciate ancora più sole di quanto, in precedenza, si fosse mai verificato e le sue conseguenze, in termini di efficienza del contrasto alle organizzazioni criminali, sono state molto più forti rispetto a qualsivoglia intervento legislativo realizzato in precedenza, appena qualche anno dopo gli attentati del 1992/1993, che aveva determinato la forte risposta forte dell’opinione pubblica.
Chi potrebbe pensare oggi ad una reazione analoga a quella che, tra il 2010 ed il 2011, rallentò l’iter legislativo del disegno di legge sulle intercettazioni, impedendo una riforma che, di fatto, avrebbe impedito lo svolgimento di qualsiasi seria indagine nei confronti del crimine mafioso? Ma, d’altra parte, di un tale intervento legislativo, oggi, quelli che lo invocavano non sentirebbero davvero più il bisogno. La diffusione della convinzione del superamento dell’emergenza mafiosa opera nel sentimento collettivo della società e finisce per radicare un sentimento di impotenza e di rassegnazione che costituisce il miglior brodo di coltura di quello stato di omertà e di soggezione, che costituiscono l’essenza della capacità di assoggettamento mafioso.

Si tratta, però, di una rappresentazione profondamente divergente dalla realtà, che dimostra quotidianamente, al contrario, l’infondatezza dei miti radicati sulla frammentazione della camorra urbana e la perdurante presenza, nel tessuto metropolitano, di gruppi camorristici che esercitano da decenni una posizione di predominio e di attrazione di altri clan camorristi, utilizzati come custodi del territorio.
E sempre di più va compiendosi la trasformazione delle organizzazioni criminali, i cui rapporti con la cd. Borghesia, lungi dal continuare ad essere ricostruibili, come in un recente passato, in termini di collateralismo, sono oggi da interpretarsi in vera e propria immedesimazione organica che riguardano numerosi esponenti dei ceti delle professioni. Rapporti indispensabili questi – in considerazione delle loro competenze e dei loro circuiti relazionali – al perseguimento delle finalità di organizzazioni votate ad operare in complessi rami dell’economia e previa l’instaurazione di stabili rapporti con le pubbliche amministrazioni; ma anche della politica e della burocrazia degli enti pubblici, spesso diretta emanazione delle organizzazioni criminali che possono attingere nelle loro fila persone capaci di ricoprire tali ruoli.
Si comprende bene, pertanto, come il rischio che ci troviamo ad operare è duplice: da un lato, quello del rafforzamento della capacità di controllo del territorio da parte dei sodalizi mafiosi; dall’altro, quello dell’indebolimento della capacità di reazione dei territori, privi della possibilità di individuare referenti politici delle proprie istanze di legalità e, da ultimo, di libertà dalla prepotenza della camorra.
Di fronte a questa situazione così complessa, tuttavia, si intravedono anche segnali positivi. Nelle terre più pesantemente colpite dal fenomeno mafioso germogliano nuclei di resistenza civile che, spesso, raggiungono forme di complessità organizzativa ed operativa da risultare punto di aggregazione delle risorse sane esistenti sul territorio.
Ho avuto, negli ultimi tempi, la possibilità di conoscerne molte, ed in luoghi dove sarebbe stato più difficile immaginare di trovarle: in provincia di Caserta (dove sono numerosissime), ma anche, e per limitarmi ad alcuni esempi, a Scampia e alla Sanità. Si tratta di organi di informazione, cooperative sociali, associazioni culturali o ambientalistiche. Strutture capaci di coinvolgere i giovani, di farli sentire protagonisti e non strumenti. Forse le uniche realtà capaci, in questo momento – per la loro rinunzia a farsi intellighenzia ed a costituire una nuova casta – di fare da nuclei di resistenza ad una rappresentazione della realtà finalizzata a fare emergere i peggiori spiriti del Paese, per adoperarli come massa di manovra contro conquiste dovute a decenni di lotte per l’affermazione di valori di civiltà e di progresso: quelli, per intenderci, desumibili dalla nostra Carta Costituzionale.

di Giuseppe Borrelli – Procuratore DDA Napoli

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