Bobo Craxi: la storia la scrivono i vincitori e non è sempre la verità

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Craxi, probabilmente, è il nome più carismatico (e per tanti versi importante) della Prima Repubblica. È banale dire che per comprendere il presente e gestire il futuro è fondamentale conoscere il passato e, chiunque abbia un minimo di conoscenza della nostra storia, sa chi è Bettino Craxi. Soprattutto è consapevole del peso che quest’ultimo ha avuto sulla politica del nostro paese, sui rapporti internazionali intrattenuti tutt’oggi dall’Italia e sulla concezione economica che i cittadini hanno nei confronti del governo. Per scavare più in profondità, però, era necessario conferire non solo con una persona che avesse competenza per quel che riguarda la cosa pubblica, non solo con qualcuno che quegli anni li ha vissuti, ma con chi incarna questi due aspetti e, soprattutto, Bettino Craxi l’ha conosciuto: suo figlio Vittorio Michele (Bobo) Craxi.

Dal suo punto di vista esistono similitudini nei difetti della politica di ieri e in quella di oggi?

«Io non sono una di quelle persone che pensa ci sia un prima e un dopo della politica. La politica democratica, a seconda delle stagioni, può essere esercitata in maniera diversa, ma sullo sfondo rimane continua. Quello che non c’è più nella società italiana, ormai da trent’anni, è un sistema di partiti che rappresenti le istanze dei nostri cittadini e che sia un sistema che risponda a idee di fondo, a programmi coerenti, a valori dominanti. Questa mancanza di coerenza della politica, purtroppo, è ciò che la rende fragile e indigesta agli occhi dei cittadini».

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Suo padre diceva: “La storia sarà riscritta bene in tutti i suoi aspetti, capitoli, personaggi e in tutti i suoi falsi eroi”. Lei crede che la storia sia stata riscritta bene e soprattutto crede che questi falsi eroi siano caduti?

«La storia, come spesso accade, viene scritta dai vincitori. Ora però, dopo trent’anni, stiamo assistendo ad un inizio di revisionismo storico che tiene conto non solo della posizione dei vinti ma anche delle menzogne e delle propagande che hanno messo in giro i vincitori. I falsi eroi sono caduti? Beh, alcuni sono sotto terra e pace all’anima loro, altri si aggirano come dei fantasmi disperati.

Penso alla brutta fine che sta facendo Davigo, che in fin dei conti si è rivelato per quello che è. Se la distribuzione dei verbali alle redazioni dei giornali e gli interrogatori erano il metodo Mani Pulite capisci che eravamo di fronte a un gruppo di impostori e non di uomini di Giustizia».

Perché suo padre è stato, per lei e per molti, il perfetto capro espiatorio di un’intera classe politica corrotta, cosa c’era di differente in lui?

«Era di sicuro una figura dominante e possedeva una statura che altri non avevano. La D.C. in quel periodo era lacerata profondamente e non esprimeva alcuna leadership per non parlare del partito democratico della sinistra (eredi del P.C.I.) e altri partiti che avevano leader a mio parere discutibili. È chiaro dunque che quella di mio padre era una figura che si stagliava sulle altre, come può essere oggi la Merkel in Germania.

Il limite più grande era che ad un grande consenso personale non corrispondeva un consenso in direzione del partito, c’era una forbice negativa fra i voti che il partito socialista riceveva e il gradimento che la leadership di mio padre aveva nel paese. Un sistema elettorale diverso, probabilmente, gli avrebbe dato molta più forza politica».

Cosa possono ereditare le generazioni odierne dalla figura di Bettino Craxi?

«Fossi un giovane comincerei a capire e comprendere che la filosofia politica del socialismo riformista tipica della stagione di Bettino Craxi, era a sua volta figlia di un pensiero presente nella storia della cultura socialista italiana che era quella Turatiana; ovvero sia il gradualismo riformista

opposto al massimalismo rivoluzionario. Questa dimensione riadattata del socialismo, nell’epoca in cui l’Italia usciva dalla lunga stagione degli anni di piombo, ha determinato una felice coincidenza tra la volontà di riscatto del socialismo riformista e la necessità di modernizzazione del paese. Va dunque studiata una dimensione del socialismo patriottico, il rilancio dell’identità nazionale, il protagonismo del nostro paese nella politica estera e soprattutto la forte impronta moderna di una classe dirigente, che aveva un po’ messo in soffitta tutto l’armamentario ammuffito del vocabolario astruso del cattolicesimo democratico».

Si dice spesso che suo padre sia stato l’ultimo, vero, politico italiano. Crede che il nostro periodo storico possa nuovamente formare grandi statisti?

«La produzione di statisti non si è sicuramente esaurita. Le grandi personalità, però, maturano meglio nei periodi delle lotte politiche. Prima la capacità politica sbocciava nella scalata graduale che ogni uomo di stato faceva per arrivare ad occupare i posti che occupava, oggi questo non è possibile. Ora abbiamo leader che diventano tali nel giro di qualche stagione.

Il problema poi, è che la velocità non è una caratteristica solo dell’ascesa di queste figure, ma anche della discesa. Pertanto oggi i politici sono meteore. Parlando poi di generazioni politiche più recenti, non possiamo negare che figure come Berlusconi e Dalema non siano stati leader politici di una certa tempra, quindi ci sono state di sicuro figure post Prima Repubblica di grande rilievo. Lo stesso Romano Prodi, per quanto non si possa considerare un leader politico, è stato a mio parere un validissimo uomo di stato».

Se lei dovesse dare un consiglio ad un ragazzo o ad una ragazza che intendono intraprendere la carriera politica cosa si sentirebbe di raccomandargli?

«Sai oggi il rischio del carrierismo è dietro l’angolo, pertanto, io non consiglierei la “carriera” politica in quanto tale. Consiglierei piuttosto l’attività politica e il perenne interesse nei confronti della cosa pubblica e di tutto ciò che accade intorno a noi. Questo con la speranza di poter cambiare in meglio ciò che ci circonda.

A prescindere da tutto io consiglio di occuparsi sempre di temi e problemi della società e non genericamente della politica, il politicismo alla fine diventa anche un po’ stucchevole, diventa solo lotta per il potere fine a sé stesso».

di Giuseppe Spada

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N°218 – GIUGNO 2021

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