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«Bisogna rendersi conto dell’importanza dell’archeologia»: intervista al Prof. Carlo Rescigno

Luisa Del Prete 01/09/2022
Updated 2022/09/01 at 5:18 PM
5 Minuti per la lettura

«Bisogna rendersi conto dell’importanza dell’archeologia»
La maggior parte degli scavi abusivi è pugliese e campana 

Carlo Rescigno, archeologo e docente universitario di “Archeologia classica” presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, ci ha portato in un viaggio all’interno dell’archeologia: non sempre, però, le notizie sono piacevoli. In un paese, come la nostra storica penisola italiana, dove ci sono quantità enormi di beni artistici e culturali, purtroppo l’archeologia ha sempre un ruolo marginale.

Un settore, che dovrebbe essere tra i più sviluppati della nazione, si ritrova ad essere difficilmente integrato nel “sistema”, tranne delle rarissime eccezioni. Ad aumentare la marginalità contribuiscono, senza ombra di dubbio, i beni trafugati dai “tombaroli”. Triste dato per la Campania e la Puglia che costituiscono almeno il 50% del materiale recuperato dai Carabinieri del TPC. Dei beni inestimabili, dalla sconfinata ricchezza, ma con una grande mancanza: la consapevolezza. 

L’Italia è un Paese ricco di beni culturali, eppure l’archeologo è un mestiere “precario”. Qual è l’attuale situazione dell’archeologia in Italia? 

«L’Italia è densa di beni archeologici e questa è una caratteristica che condividiamo con molti paesi del Mediterraneo. Ovunque si vada ci sono testimonianze e laddove non emergono oggetti pregevoli, ritroviamo dati storici. Questi costituiscono gli archivi della nostra memoria.

Con questi archivi così ricchi, è lecito chiedersi come mai l’archeologo non riveste un ruolo così “importante”. Questa caratteristica non è solo attuale, ce la portiamo indietro da tempo. Principalmente, nel modo di vivere il territorio, si creano delle gerarchie a base economica: quest’ultime non pongono al centro la cultura e si basano su dei principi monetari.

Le testimonianze archeologiche sono un giacimento economico pazzesco, ma dal punto di vista monetario costituiscono una realtà più complessa da tradurre con gli attuali valori di economia. Quindi, il settore non si sviluppa perché la densità porta spesso a creare degli scontri con il contemporaneo e non necessariamente vi si integra.

Di conseguenza viene a crearsi un ruolo per l’archeologo che non sempre è inserito in maniera pacifica nelle dinamiche di gestione del territorio. A meno che non parliamo di “Comuni illuminati”, ma sono dei casi isolati». 

Ci sono alcuni territori dove, grazie all’impegno e alle varie sinergie, sono venute fuori scoperte importantissime, ad esempio Pompei. Purtroppo, però, ci sono molti territori in cui c’è ancora tanto da scoprire. Quale luogo bisogna maggiormente attenzionare? 

«Ci tengo a chiarire, in primis, che qualsiasi intervento clandestino nel territorio lacera pagine di storia. Ovunque questo avvenga, è un danno irreparabile al nostro passato. Ci sono, poi, delle aree che sono, per una tradizione nociva, da sempre oggetto di scavi clandestini. Perché lì si sono creati dei gruppi, “gli scavatori di frodo”, che conoscono i luoghi ed hanno sviluppato anche delle tecniche per raccogliere materiale e immetterle nel commercio dell’antiquario.

Quando avvengono questi recuperi da parte dei Carabinieri del TPC, sappiamo bene che almeno il 50% del materiale proviene dalle zone dell’alta Puglia o dalla Campania settentrionale o dalle ricche necropoli dell’Etruria. Ci sono delle aree che sono nell’occhio del ciclone di questi sistemi organizzati; quindi, anche i Carabinieri del TPC intervengono con dei controlli rafforzati.

Quando ci sono, però, delle aree così vaste di beni archeologici, non si può pensare che la tutela debba essere riservata solo agli organi istituzionali, perché non sempre riescono ad assicurare una costante presenza in questi luoghi. Dunque, è chiaro che bisogna creare delle sinergie con contesti locali e sviluppare un senso di rispetto nel proprio passato per gli abitanti di quel territorio».  

È possibile fare una stima del patrimonio ancora da scoprire? 

«Non è possibile fare una stima, è un patrimonio diffuso. Sono certo, però, che noi conosciamo solo una piccolissima parte di quello che il territorio nasconde. Se parliamo di reperti monumentali, come la Civita Giuliana di Pompei, sono difficili da trovare. Allo stesso tempo, però, è possibile fare delle scoperte significative ovunque.

L’ottica è quella di intendere l’archeologia come scienza che studia le testimonianze storiche che si dimenticano nel suolo: se si entra in quest’ottica, c’è ancora tanto da fare. Dai siti greci a quelli etruschi della Campania settentrionale, alle popolazioni italiche, ai sanniti.

Ognuna di queste identità e culture diverse, sono tutte rilegate nel sottosuolo ed è davvero ricchissimo. Bisogna prima rendersi conto dell’importanza dell’archeologia in sé per poi poter agire sui territori». 

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