il padiglione israeliano alla

Biennale di Venezia: artisti e addetti ai lavori rivendicano l’esclusione di Israele

Sara Marseglia 28/02/2024
Updated 2024/02/28 at 1:05 PM
4 Minuti per la lettura
il padiglione israeliano alla

La Biennale, una delle mostre più prestigiose del mondo dell’arte, aprirà il 20 aprile, ormai arrivata alla 60esima edizione. Mentre la data dell’inaugurazione si avvicina, però, salgono le tensioni. Un folto gruppo di artisti e addetti ai lavori si sta facendo portavoce di un dissenso che va ben oltre il mondo dell’arte. La loro richiesta è di escludere il padiglione di Israele dalla Biennale di Venezia.

Il gruppo di artisti e l’open letter

Tra i firmatari della petizione ci sono sia artisti che hanno partecipato a delle edizioni passate della Biennale, sia artisti pronti ad esporre per questa edizione. Il loro gruppo ha scelto il nome di ANGA – Art Not Genocide Alliance. Lunedì 26 febbraio hanno pubblicato una open letter. Il testo afferma: “Qualsiasi rappresentazione ufficiale di Israele nella scena culturale internazionale è un endorsement delle sue politiche e del genocidio a Gaza. La Biennale sta offrendo una piattaforma ad uno stato di apartheid genocida”.

Traspare da queste parole la rabbia di artisti, creativi e addetti ai lavori che non riescono più ad accettare che l’arte rappresenti un mondo a parte, fatto di regole proprie. E se questo non dovesse essere necessariamente vero nei contenuti (non è detto che tutti gli artisti firmatari si occupino di arte politically committed), ANGA sta chiedendo che lo sia almeno nell’organizzazione: una parte del mondo dell’arte chiede di ricostruirsi secondo nuovi valori politici. “No death in Venice. No business as usual“. Così si conclude la lettera aperta.

Il padiglione di Israele alla Biennale di Venezia: cosa si dovrebbe esporre

Il team curatoriale israeliano, nel frattempo, sta lavorando al suo “Fertility Pavillon“, un’installazione che si propone di riflettere sul tema della maternità moderna. Il paese dovrebbe essere rappresentato dall’artista Ruth Patir, con una curatela di Mira Lapidot e Tamar Margalit. In uno dei momenti di maggiore violenza dalla Nakba, potrebbe apparire paradossale che Israele decida di indagare il topic della nascita. Ad una più attenta analisi risulta essere, semplicemente, la trasposizione sul piano culturale di una feroce politica di de-umanizzazione e annichilimento. Mentre gli artisti israeliani rappresenteranno madri e figli, il loro governo avrà già assassinato più di 12mila bambini, oltre che negato l’accesso alla salute riproduttiva.

L’artista si era dichiarata “paralizzata” dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, ma ha aggiunto che “deve esserci spazio per l’arte e la libera espressione. Bisogna avere speranza per combattere gli estremisti, che altrimenti vincerebbero”. Le sue parole sono state prontamente riprese nella lettera aperta. “Non c’è libertà di espressione per i poeti, gli artisti e gli scrittori palestinesi assassinati e messi a tacere, da Israele. Non c’è libertà di espressione nei musei, negli archivi, nelle pubblicazioni, nelle biblioteche, nelle università, nelle scuole e nelle case di Gaza bombardate dalle macerie di Israele. Non c’è libertà di espressione nel crimine di guerra del genocidio culturale”.

Nel frattempo, la Palestina non ha un proprio padiglione nazionale, tuttavia è rappresentata in diversi degli eventi collaterali della Biennale. Ne sono un esempio i lavori del collettivo formato dall’attivista palestinese Issa Amro e il fotografo sudafricano Adam Broomberg. Non resta che aspettare la risposta della Biennale all’open letter.

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