Bangla: l’amore al tempo delle seconde generazioni

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Vi siete mai chiesti a cosa sareste disposti a rinunciare per amore?

Se valga la pena mettere in discussione la vostra cultura, la vostra religione e la vostra famiglia per una persona che vi fa battere il cuore? La storia raccontata in “Bangla” ruota tutta intorno a questi interrogativi.

Phaim ha 22 anni, è musulmano praticante e vive nel quartiere multietnico di Torpignattara a Roma, insieme alla famiglia arrivata dal Bangladesh pochi anni prima che lui nascesse.

La sua vita scorre abbastanza tranquilla tra le giornate passate in un museo nel quale lavora come steward, le prove con la band di musica bengalese e la moschea del quartiere. Fin quando non arriva Asia, intraprendente ed emancipata ragazza romana, a stravolgere tutto. Bangla, dal 16 maggio al cinema, è l’opera prima di Phaim Bhuiyan, che ricopre il doppio ruolo di regista e attore protagonista.

Phaim a che età inizi ad appassionarti di videomaking e cinema?

«Io ho iniziato a 14 anni aprendo un canale Youtube, a 17 anni invece ho girato i miei primi cortometraggi. La svolta c’è stata quando ho vinto una borsa di studio per entrare allo IED di Roma dove, grazie allo studio della storia del cinema, ho iniziato ad appassionarmi seriamente a questo mondo».

Bangla è prima di tutto una storia d’amore, questa idea nasce da una tua esperienza personale o Asia è un personaggio immaginario?

«In verità la storia d’amore con Asia è l’unica cosa davvero inventata all’interno della sceneggiatura del film, tutto il mondo nel quale si muove il protagonista, invece, è molto reale. Sicuramente però, la storia nasce da un mix di esperienze vissute e raccontate sia da me che dalla mia co-sceneggiatrice Vanessa Picciarelli».

Come mai hai deciso di recitare tu in prima persona da protagonista e, quindi, non limitarti alla sola regia del film?

«Innanzitutto per una questione pratica, era molto difficile trovare degli attori di origine bengalese adatti al ruolo. Per me però, è stata anche una sfida personale: essendo un mio progetto ho voluto metterci la faccia».

Nel tuo film l’integrazione culturale è un tema importante, secondo te l’amore che ruolo può giocare nel superamento di pregiudizi, diffidenze e paure reciproche?

«L’amore è un veicolo fondamentale per superare delle barriere e abbattere il muro d’ignoranza che c’è tra una cultura e un’altra. L’amore aiuta a conoscersi e, in questo modo, le persone riescono a superare i pregiudizi e le paure che possono nascere dall’incontro di mondi così lontani».

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Con il tuo film hai acceso un po’ i riflettori sulla comunità bengalese ma, certamente anche altre comunità musulmane si sentiranno toccate dalla tua opera. Secondo te reagiranno positivamente o qualcuno si potrà anche sentire offeso?

«Al momento i riscontri che ho ricevuto dagli italiani di seconda generazione sono stati tutti positivi: erano contenti che finalmente qualcuno rappresentasse i loro problemi. Ovviamente, credo che come per ogni cosa ci sarà chi si schiererà a favore del mio film e chi, invece, non ne sarà proprio entusiasta».

Il film è una produzione Fandango e Tim Vision. Dove nasce questa collaborazione con te e quanto è difficoltoso per un regista giovane emergere?

«La Fandango mi ha notato dopo la messa in onda di un servizio che ho realizzato per la trasmissione “Nemo – Nessuno escluso” su Rai2, sono stato contattato e mi hanno proposto di girare un lungometraggio. La Tim Vision, colei ha finanziato il progetto, si è sempre distinta per aver prodotto contenuti per i giovani fatti da talenti emergenti. In Italia però, è ancora difficile farsi strada per un giovane regista, l’età media dei tutti quelli italiani è superiore ai 40 anni. Su questo, dunque, siamo ancora molto indietro».

Che progetti hai per il tuo futuro?

«Sto già lavorando a una sceneggiatura il cui tema principale sarà la musica».

di Raffaele Ausiello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°194
GIUGNO 2019

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