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Aziende sequestrate: l’alternativa è lo Stato

Federica Colucci 15/04/2024
Updated 2024/04/14 at 9:13 PM
14 Minuti per la lettura

Giovanni Falcone diceva che “una delle maggiori cause della pericolosità della mafia e della sua potenzialità destabilizzante si fonda sull’enorme potere economico derivante dalle lucrose attività illecite”. E proprio partendo da tale principio che il legislatore italiano ha previsto e potenziato negli anni gli strumenti ablativi di ricchezza ai soggetti che delinquono.

Da un lato ha dettato una disciplina organica delle misure di prevenzione, personali e  patrimoniali, con il d.lgs 159/2011, noto anche come Testo Unico Antimafia. Dall’altro ha introdotto il sequestro preventivo e la successiva confisca, c.d. “allargate”, oggi disciplinate dall’art. 240 bis c.p., che consentono il sequestro in via cautelare e la confisca in caso di condanna definitiva, di apprendere beni che non sono in rapporto di pertinenzialità con il reato, ma dei quali l’indagato/imputato risulta essere titolare o avere la disponibilità, anche per interposta persona, e che abbiano valore sproporzionato rispetto al reddito dichiarato o alla attività economica svolta. 

La finalità degli strumenti di aggressione dei patrimoni di provenienza illecita è chiara. La  limitazione della libertà personale, nella forma della misura cautelare o della pena definitiva, è un “rischio calcolato” per chi delinque; nei contesti di criminalità organizzata è addirittura un mezzo per scalare i vertici delle organizzazioni, perché attribuisce prestigio all’interno dei clan. Ciò che importa è percepire e mantenere i beni e la ricchezza che le attività illecite producono; fino a quando chi delinque ed i suoi familiari godono dei frutti del reato, nulla scalfisce il principio che “il crimine paga”. Ma se i beni accumulati con attività illecite vengono sequestrati e definitivamente sottratti con la confisca, ecco che allora non ha più senso delinquere. E se ciò è vero a livello di reati individuali (si pensi al pubblico funzionario che “vende” la sua funzione stipulando accordi corruttivi), lo è ancora di più a livello di criminalità organizzata. 

I CLAN SI PRESENTANO COME UN’ALTERNATIVA ALLO STATO 

La forza delle organizzazioni criminali è quella di distribuire le  “mesate” agli affiliati, di mantenere le famiglie dei detenuti, di fornire assistenza legale ai sodali arrestati nel compimento delle attività illecite del clan. La capacità attrattiva dei clan risiede nella loro forza economica; colpire le ricchezze dei clan significa indebolirli in quella che è la loro maggiore risorsa, quella di presentarsi alla popolazione come alternativa allo Stato. Basti pensare al territorio del casertano, dove opera da decenni il clan dei “casalesi”, un’organizzazione mafiosa caratterizzata da una vocazione imprenditoriale fortissima. I processi penali ed i sequestri di beni di ingente valore, molti dei quali definiti con sentenze passate in giudicato e confische definitive, hanno dimostrato la capacità del clan di controllare interi settori della economia, dalle imprese edili e quelle collegate (calcestruzzo) al settore di rifiuti, dalle imprese impegnate in appalti anche per grandi opere pubbliche ai centri commerciali.  

Ebbene, la forza imprenditoriale del clan non solo lo ha rafforzato nella capacità di attrarre quali affiliati o concorrenti esterni, personaggi anche di spessore politico ed imprenditoriale, ma lo ha posto agli occhi dei cittadini come una sorta di benefattore. Il clan dei casalesi ha, attraverso le attività imprenditoriali controllate, creato numerosi posti di lavoro, che hanno consentito a tante persone di trovare un’occupazione lecita restando a casa propria. E proprio il consenso popolare è uno dei motivi che spiega le lunghissime latitanze di esponenti apicali come Antonio Iovine e Michele Zagaria: latitanze che si sono consumate nei rispettivi paesi d’origine, di piccole dimensioni e nei quali i latitanti si spostavano tutto sommato agevolmente, ricevendo cure mediche, incontrando persone e financo andando all’estero per le vacanze. 

Ecco allora che l’aggressione ai patrimoni di provenienza illecita assume, rispetto alla criminalità organizzata, una portata dirompente. Sottrarre ad un clan le ricchezze in termini di denaro, beni, imprese, significa sottrargli non solo la forza di reclutare uomini e mezzi al suo interno, ma anche la capacità di reimpiegare quelle ricchezze in attività apparentemente lecite; in definitiva, priva il clan degli strumenti con i quali la organizzazione criminale si pone rispetto alla popolazione come la alternativa ad uno Stato, spesso sentito assente

LE CRITICITA’ NELLA GESTIONE DEI BENI SEQUESTRATI 

Chiarito dunque perché il sequestro e la confisca, sia essa penale che di prevenzione, costituiscono uno strumento di particolare efficacia nella lotta al crimine ed in specie alle organizzazioni criminali di stampo mafioso, deve porsi l’attenzione alla gestione dei beni appresi. In passato molti magistrati ritenevano che le aziende sequestrate andassero immediatamente chiuse e liquidate; questo per dimostrare che lo Stato aveva vinto. Niente di più sbagliato. Se si sequestra una società operativa e la si chiude o la si gestisce male, portandola alla chiusura ed alla perdita di posti di lavoro, è un fallimento per lo Stato non solo dal punto di vista economico. È chiaro infatti che il cittadino pensa che era meglio quando a gestire la attività economica era l’imprenditore camorrista; questo allontana il cittadino dallo Stato. 

I beni sequestrati vanno gestiti, e vanno gestiti in modo redditizio, fermo restando che la gestione dei beni sequestrati presenta molte criticità. In primo luogo occorre osservare che solo con il dlgs 159/2011 è stato previsto un complesso organico di norme che disciplinano la gestione e la destinazione dei beni oggetto di sequestro e confisca, siano essi penali o di prevenzione. Si tratta di un complesso di norme che dal 2011 ad oggi è stato oggetto di numerose modifiche normative, volte a risolvere le problematiche concrete e le incertezze interpretative sorte nell’applicazione delle disposizioni di legge. La normativa prevede che a gestire i beni siano i magistrati che hanno emesso il sequestro penale o di prevenzione ed uno o più amministratori giudiziari scelti all’interno di un Albo nazionale. È agevole evidenziare come la preparazione di un magistrato è diversa da quella di un manager aziendale. Se tra i giudici della prevenzione c’è una maggiore specializzazione nelle gestioni patrimoniali, i giudici delle indagini preliminari, che emettono i sequestri penali, sono giudici che hanno una formazione prettamente penale e che, nello svolgimento del loro lavoro, hanno altre priorità, quali i processi – soprattutto con detenuti – e le misure cautelari personali. Superfluo rilevare che alle nuove gravose competenze attribuite dal dlsg 159/2011 (ampliate dall’art.104 bis disp.att. c.p.p. a tutte le tipologie di sequestro preventivo penale) non è seguito alcun ampliamento degli organici dei magistrati addetti alla gestione dei beni in sequestro. Quanto agli amministratori giudiziari, si tratta di professionisti, commercialisti ed avvocati, che non hanno una formazione specifica di tipo manageriale. 

La Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati che subentra dopo la confisca di II grado e che si occupa di gestire i beni fino alla confisca definitiva e quindi di destinarli, è composta da un numero di dipendenti esiguo, del tutto sproporzionato al numero ed al valore dei beni sequestrati e confiscati in Italia. Considerata la importanza degli strumenti di aggressione dei patrimoni di provenienza illecita, appare necessario mettere in campo molte più forze in favore degli organi delle procedure. Anche perchè gestire i beni sequestrati non è oggettivamente semplice. Basti pensare al sequestro di una società che produce e commercializza beni, e che fondava la sua concorrenzialità nel mercato sulla intimidazione mafiosa. Oppure ad una società che partecipava agli appalti pubblici aggiudicandoseli grazie alla capacità del clan di condizionamento delle pubbliche amministrazioni. 

È evidente che una volta subentrati, gli organi dell’amministrazione giudiziaria devono fare i conti con la perdita del cd. “avviamento mafioso” e provare a collocarsi sul mercato in maniera lecita. Inoltre, spesso nelle aziende sequestrate i lavoratori non sono in regola, non sono rispettate le disposizioni in tema di sicurezza sul luogo di lavoro, l’attività viene svolta in assenza delle autorizzazioni di legge, in locali spesso in tutto o in parte abusivi. In tali condizioni l’amministrazione giudiziaria deve affrontare delle spese rilevanti per ripristinare la legalità e ciò comporta dei costi sopravvenuti che incidono sugli equilibri di bilancio e sulla continuità aziendale. Peraltro, il subingresso dello Stato e degli organi dell’amministrazione giudiziaria è percepito in modo negativo dagli operatori economici, banche in primis, ma anche fornitori, committenti, creditori, sicchè si verifica il paradosso che costoro, che per anni hanno intrattenuto rapporti con un imprenditore che si è poi scoperto colluso o intraneo ad un clan, risolvono i contratti, gli affidamenti, le forniture proprio quanto subentra lo Stato. Inoltre, spesso

l’indagato che ha subito il sequestro della azienda continua ad operare sottotraccia attraverso dipendenti conniventi e collusi e pone in essere manovre ostruzionistiche per rendere ancora più difficile l’operato degli organi dell’amministrazione giudiziaria. 

IL DUPLICE RISULTATO DELLO STATO 

Infine, non possono tacersi le indagini che, in tutta Italia, hanno visto coinvolti gli organi delle procedure, amministratori giudiziari e talvolta anche giudici. Nonostante tutte queste difficoltà oggettive, la posta in gioco è troppo alta ed impone il massimo sforzo di tutti i soggetti coinvolti nella gestione dei beni sequestrati e confiscati. Laddove le imprese, nonostante il sequestro, hanno proseguito l’attività senza soluzione di continuità e senza perdita di posti di lavoro (e ve ne sono esempi significativi anche nel territorio del casertano), il risultato per lo Stato è stato duplice. Ha acquisito, attraverso la confisca definitiva, una realtà imprenditoriale redditizia, che può affittare o rivendere, ricavando denaro da riversare in favore dell’Erario. Ma soprattutto ha dimostrato al cittadino, che vedeva nel clan una alternativa allo Stato, di essere capace – con la medesima efficacia ed efficienza ma in modo legale e trasparente – di gestire le imprese e creare opportunità di lavoro sul territorio; lo Stato ha dunque conquistato la fiducia di quel cittadino, che nell’alternativa tra la legalità e l’illegalità non avrà più dubbi a fare la sua scelta. Allora veramente lo Stato avrà vinto

È proprio in questa prospettiva che l’impegno che i magistrati, gli amministratori giudiziari e la Agenzia Nazionale devono fare nella gestione dei beni sequestrati e confiscati deve essere massimo.  Ed in tale sforzo devono concorrere tutti gli operatori economici che hanno rapporti con  la procedura, in primis gli istituti di credito, che devono allo Stato quantomeno la stessa fiducia concessa all’imprenditore destinatario del sequestro. Ma anche gli stessi dipendenti dell’azienda in sequestro, che con la loro lealtà possono collaborare al successo dell’amministrazione giudiziaria, segnalando alle AAGG competenti intromissioni illecite dell’imprenditore colpito dalla misura ablatoria. E tutti i soggetti che vengono in contatto con l’amministrazione giudiziaria hanno il dovere di segnalare comportamenti poco trasparenti degli organi della amministrazione giudiziaria, che non devono mai anteporre interessi privati all’interesse pubblico che la procedura persegue. E infine anche i cittadini  del territorio ove le aziende sequestrate o confiscate svolgono la loro attività economica possono efficacemente collaborare ad una loro gestione redditizia; ad esempio, preferendo acquistare i prodotti o i servizi offerti da una azienda sottoposta a sequestro o confisca piuttosto che da una qualsiasi società privata.  

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