Averno: il cimitero dei vivi di Louise Gluck

Louise Gluck vince il premio Nobel per la Letteratura 2020 “[…] per l’inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende l’esistenza individuale universale”.

Quella della Gluck è realmente un’inconfondibile voce poetica, tanto che ci sconforta pensare alla sordità di quell’editoria italiana troppo impegnata a mercificare la letteratura e poco attenta ai richiami di parole così belle, quali quella di Louise Gluck. Fortunatamente, c’è chi ancora sa riconoscere la bellezza, chi coltiva la virtù della passione, della dedizione all’arte e ha la capacità di meravigliarsi. Così Raimondo di Maio vive nella sua piccola e splendida libreria Dante&Descartes, situata nel centro storico di Napoli, coltivando un amore infinito per il mondo di carta che lo circonda. Proprio Raimondo, il libraio, diventa protagonista del caso editoriale italiano nato intorno al Premio Nobel. Nel dicembre 2019 D&D pubblicò, insieme all’Editorial Parténope, uno dei libri più conosciuti e più maturi dell’autrice statunitense: Averno. L’opera ha un titolo suggestivo: Averno, il piccolo lago vulcanico a sedici chilometri a ovest di Napoli, che i Romani credevano fosse l’ingresso dell’oltretomba. Averno è un viaggio nel regno dei morti, ma sarebbe sbagliato parlare di un aldilà. La morte è aldiqua.

Gluck ritrae un mondo buio, freddo, gelido, dove la morte piomba su di noi dall’alto, come dall’alto cade la neve che congela e uccide ogni forma di vita naturale. La morte è un tema principale dell’intera opera e ad essa è dedicato il componimento in apertura: dopo aver osservato gli uccelli migrare, l’io lirico dice “It grives me to think/ the dead won’t see them/ these things we depend on/ they disappear./ What will the soul do for solace then?/ I tell myself maybe it won’t need/ these pleasures anymore/ maybe just not being is simply enough/ hard as that is to imagine”. Con la migrazione degli uccelli si inaugura la stagione invernale. E’ il mito di Persefone a spiegare la causa del freddo sulla Terra. L’inverno è vissuto dall’io lirico come condizione quotidiana e psicologica persistente ” This is the light of autumn, not the light of spring/… This is the light of autumn; it has turned on us”. Il mito trasfigura l’esperienza individuale per renderla universale “Summer after summer has ended/ balm after violence/ it does me no good/ to be good to me now/ violence has changed me”. Persefone è stata rapita da Ade, è discesa col dio nel regno dei morti. Persefone stessa è morta, perchè cambia e, cambiando, perde per sempre ciò che era. Il viaggio trasforma la fanciulla in donna ferita, non è più la stessa persona ” If Persephone returns there will be/ one of two reasons:/ either she was not dead or/ she is being used/ to support a fiction” Ugualmente l’io lirico elabora la sua morte, che è sempre morte di un’anima e ricorda i momenti della sua esperienza in Prism, Echoes e Fugue. Ricorda della perdita della sua innocenza, lo spaesamento di ritrovarsi di fronte ad una sé che non conosce, che sente diversa ” I am your soul, the winsome stranger”. Ricorda i momenti  della sua crescita e della sua vita: il confronto con la madre e con se stessa, il rapporto con la sorella, i suoi innamoramenti, sono tutti i momenti decisivi di una vita che fugge. Con una lingua chiara e precisa Gluck sovrappone esperienze di vita quotidiana ai momenti universalmente validi del mito descrivendo ” The bland/ misery of the world/ bounds us on either side” e alla domanda “How can I endure the earth?” Zeus risponde a noi e a Persefone  ” in a short time you will be here again/ and in the time between/ you will forget everything/ those fields of ice will be/ the meadows of Elysium”.

di Nicola Iannotta

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