Autotune: una possibilità o la fine della musica?

Gianrenzo Orbassano 01/03/2024
Updated 2024/02/29 at 12:32 AM
6 Minuti per la lettura

Nell’era digitale della produzione musicale, l’Autotune ha diviso opinioni e generato dibattiti accesi tra musicisti, critici e fan. Questo strumento, originariamente progettato per correggere imperfezioni vocali, ha assunto una posizione controversa nel panorama musicale contemporaneo, dividendo coloro che lo considerano una rivoluzione da chi lo vede come un limite all’espressione artistica autentica.

Autotune: le posizioni critiche e i difensori di questo strumento

Le posizioni restano sempre due: i critici sostengono che l’abuso dell’Autotune ha portato alla standardizzazione del suono e alla perdita della spontaneità e dell’emozione nelle registrazioni vocali, oppure c’è chi lamenta il fatto che l’uso eccessivo di questo strumento possa mascherare le vere abilità vocali di un artista, creando un’illusione di talento che non corrisponde alla realtà.

D’altra parte, molti difensori dell’Autotune argomentano che esso rappresenta semplicemente un’altra forma di strumento musicale, simile a qualsiasi altro effetto utilizzato in produzione. Sostengono che l’Autotune non è diverso dall’uso di riverbero, compressione o distorsione, e che gli artisti dovrebbero essere liberi di utilizzare gli strumenti a loro disposizione per realizzare la loro visione artistica.

Ma che cos’è l’Autotune?

Con Bartolomeo Giuliano, produttore di Marcianise che ha collaborato con artisti come Geolier e proprietario dello studio di registrazione Hopeland Studio, ci siamo confrontati per capire come questo strumento agisce effettivamente sulla voce e come è stato accolto nel settore musicale.

Da quando è stato introdotto negli anni ’90, l’Autotune ha subito un’evoluzione significativa. Originariamente concepito come uno strumento di correzione per correggere piccoli errori di intonazione durante le registrazioni, è stato successivamente adottato come effetto creativo in molte produzioni musicali. La sua capacità di modificare e manipolare le note vocali ha reso possibile creare suoni unici e distintivi, trasformando la voce umana in uno strumento più flessibile e adattabile.

Intervista a Bartolomeo Giuliano di Hopeland Studio

Che cos’è l’Autotune e da quando si è affacciato nella scena della musica contemporanea?

«Diciamo che Autotune è il nome popolare o comunque quello brevettato da una azienda, ma lo strumento di base è il Pitch Correct: “Pitch” sta per intonazione e “Correct” sta a correzione. Per cui lo strumento si utilizza per un milione di motivi diversi: per fare i cori, per correggere la voce, negli effetti per chitarre è utilizzatissimo poiché c’è ad esempio il Whammy Pedal. Poi l’Antares costruì l’Autotune che era più focalizzato nel centrare la nota in ingresso di questo effetto. Quindi se io devo suonare un DO e sto più in alto o più in basso, l’Autotune lo corregge in tempo reale. L’operazione può essere più o meno delicata e quando è meno delicato dà vita a quell’effetto metallica che tutti noi oggi riconosciamo. Si sa che il primo brano commerciale fatto con questo effetto è quello di Cher, “Believe”. In Italia abbiamo avuto la sigla di Dragoncelli Ball GT che ha creato generazioni di trapper (ride, ndr)».

Oltre alla trap, l’Autotune ha comunque abbracciato altri generi: i tecnici si sono accorti che questo strumento riduceva sensibilmente le ore di prove in studio. Che cambiamento quindi ha apportato negli studi di registrazione?

«La variazione sul tema di questo strumento si chiama Melodyne: se l’Autotune è in tempo reale, il Melodyne invece traccia quello che succede nella voce, ti restituisce un grafico e tu puoi intervenire direttamente sul grafico. Lì succedono cose diverse: posso cambiare la melodia che tu hai cantato, stravolgerla, appiattirla o usarla per creare dei cori. Andando avanti è diventato monofonico, cioè riesce a fare una nota per volta. Poi è diventato polifonico, vuol dire che io posso suonare un pianoforte scordato e correggere le note sbagliate. In audio tutto può essere usato in maniera creativa, dipende da come si vuole utilizzare questo strumento».

“L’approccio sportivo alla musica è un concetto sbagliato”

In studio da te vengono tantissimi ragazzi che si approcciano a questo strumento: conoscono le potenzialità oppure non sanno come gestirlo? Tu da produttore come ti sei approcciato?

«L’approccio nella musica mio hop nello specifico secondo me ha portato più benefici che danni. Per utilizzare l’Autotune, almeno devi sapere in che tonalità stai cantando poiché lo devi regolare. Negli ultimi dieci anni, i ragazzini hanno imparato il termine “tonalità”. E questo è un ritorno alla musica! Io ho avuto un momento dove, lavorando nell’ambiente hip hop, questo strumento effettivamente non era tollerato. C’era una forma di ostracismo tra la vecchia e la nuova scuola. Non avendo particolari interessi ideologici, per cui ho cominciato ad utilizzarlo avendo chiaro il concetto di tonalità. Uscivano dei ritornelli particolarmente orecchiabile e notai che mi squillava di continuo il telefono con persone che mi chiedevano: “Mi fai l’Autotune così come lo hai messo in quel brano che hai prodotto?”».

A questo punto, la critica all’Autotune più gettonata è: “A questo punto, anche le pietre possono cantare e sfornare qualche hit”…

«Beh, più musica per tutti!»

Prima mi facevi l’esempio della chitarra con distorsione: quindi c’è la possibilità di aprire a nuove possibilità?

«Applicare schemi sportivi alla musica è sbagliato. Senza distorsione, ai tempi, non poteva esserci Jimi Hendrix. Alla fine è una scelta».

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