Atto primo; Scena Prima; “In Maschera”

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Atto primo; scena prima; “in Maschera”; pensare solo qualche mese fa, di poter partecipare da attori non scritturati a una scena su palcoscenico mondiale, di un così non noto dramma teatrale, risultava essere “un’opera folle”.

Nello spettrale spettacolo di oggi, allo stesso intermezzo della vita; per sopravvivere purtroppo; ne indossiamo “una, nessuna, e centomila”, tutti bene o male o quasi tutti, con questa cosa strana sulla faccia, che ci fa sudare dandoci fastidio ma sembrerebbe giusto inevitabile presidio; “e in questa mesta ricorrenza, dobbiamo rigorosamente farcela…questa creanza”; ben attenti alla distanza vitale di sicurezza, alle protezioni mediche, di cui dobbiamo consapevolmente dotarci soprattutto per vivere e fare vivere.

Si… maschere; mascherine; di varia forma, tessuto e caratteristiche; peccato che ormai da giorni nella nostra solitaria quarantena, non siano divise per regione, colori e forma, come felicemente imparavamo nelle lezioni di Febbraio a scuola. Da qualche tempo a questa parte, quelle che un corrugato impresario venuto silenziosamente da lontano chiamato Covid-19 ci impone di indossare, sono ben lontane da luoghi di assembramento chiamati teatri, o periodi che fanno del Carnevale ormai trascorso, e non vissuto, solo un altro disegnato segno di un qualcosa che aveva già rapito totalmente la scena, strappando in più parti, quel sipario di una vita che nei suoi atti sembrava forse trascorrere fin troppo normale.

Mascherati; chi più chi meno nella nostra solitudine decretata da sigle di appartenenza, ormai quante volte lette in un copione quasi imparato a memoria, del tipo che le suddivide in tre classi F.F.P., dove la sigla F.F.P. sta per “filtering face piece”, ovvero maschera-facciale filtrante. Una “maschera filtrante” chissà di quale significato e per quale tempo, ci costringe ad accettare un’amara ma inevitabile copertura, protezione; quella si tale, che cela naso e bocca, e si compone di diversi materiali chimici dai nomi strani e talmente complessi quasi volutamente impronunciabili.

Qui, in questi difficili giorni sembra che il motore dello spettacolo si sia veramente fermato, ben lontano da quella che era forse primo ed unico volto del nostro amato Pulcinella, di quel colorato Arlecchino, Pantalone, Balanzone, Tartaglia e Meneghino; attori veri, e sinceri di quel fare festa che si traduceva nell’Amore di cuore senza divisione per zone rosse di regione, in ragione dello stare insieme, al suono di musici chiassosi tra scherzi, sollazzi e coriandoli festosi. Quella tarantella di partecipazione calorosa con tammorra, tamburelli, triccheballacche, putipù, scetavajasse chi più ne ha ne metta; ora si traduce freddamente con una sorta di “veniamo noi con questa mia addirvi una parola…” chiamasi autocertificazione onerosa ai sensi del…; una sorta di scrittura che racconta chi sei, da dove vieni, in quanti siete, dove vai…”un fiorino”.

Parti di storia che ha protagonisti strani da igienizzanti a trattamenti antivirali; periodi fatti da cose particolari, sale di rianimazione mobili e ventilatori polmonari.

Mascherati; nel senso della vita e per la vita consapevoli e rispettosi, per quelli che di questo spettacolo non potranno vedere purtroppo lo sperato lieto fine; migliaia di persone, decedute, su un palcoscenico maledetto, che proprio e ne siamo sicuramente tutti straconvinti… non doveva essere assolutamente mai e poi mai calpestato. Nell’angusto spazio di questo proscenio, la vita sta trascorrendo lenta tra le mura di una casa che non ha applausi né cambi di scena ed abito, se non quelli che facciamo giornalmente ai veri primi attori di questa amara ma reale rappresentazione: medici, infermieri, operatori sanitari, forze dell’ordine schierate, farmacisti e tutti coloro che con indomabile senso di altruismo, ed indefesso dovere, hanno da tempo dimenticato partiture e copione.. donando gloriosamente tempo, impegno e soprattutto la loro “preziosissima vita”.

Vita di vita, che in tale suffragio ci vede orgogliosi in gesti di solidarietà condivisa, da una luce alla finestra, ad un inno suonato e cantato sui balconi dei nostri palazzi e terrazzi; spazi dove la convivialità era dedicata solo alla stesa del bucato, o a tirare giù il “panariello” per la spesa, per la posta…per il pane della giornata, gesti che oggi sembrano molto lontani, ma che con dovuta calma e mai doma speranza speriamo di ripoter pensare di riavere molto più vicini.

Questa alla fine è storia assai difficile da rimettere in scena, scandita da decreti che chiudono, poi riaprono scaglionati, non sappiamo per quanto tempo speranze vitali e necessarie.

Non conosciamo, ma nello “spettacolo-vero” ci crediamo, allo stesso modo come e perché un “vaccino salvatore” potrebbe rifarci vedere scene nuove, pulite e libere, riportandoci nella giusta concreta dimensione; quella forse di tornare pian piano ad essere autori e fautori della nostra vita. Se proprio ci viene meno, almeno nel finale, di questo strano fenomeno da baraccone… risultare come sempre beneauguratamente essere consapevolmente pubblico festante, caloroso, vivo e felice.  In ogni caso e solamente quando, si chiuderà il sipario di tutto questo, sarà sicuramente forte-fortissimo il nostro grato e riconoscente applauso per essere riusciti a superarlo… e per averlo visto finalmente terminato.

di Ludovico Mascia
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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