La paura di perdere la natura, probabilmente, diviene il motivo e la spiegazione più plausibile per cui molti fotografi puntano ad idealizzarla. Una natura che forse non è mai esistita davvero o non esiste più diventa così il soggetto iconografico di molti 

Ricordiamo, non a caso, che il termine “antropocene” è stato divulgato dal premio Nobel per la chimica atmosferica, Paul Crutzen.  

Utilizzato poi, quasi per gioco durante una convention, la parola antropocene è divenuta una dei termini più utilizzati proprio per definire l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre è fortemente dagli effetti dell’azione umana. Fino a qualche centinaio di anni fa vi era una diversa concezione e visione della natura, vista come divinità spaventosa e potente in grado di dominare e provocare timore. 

Il continuo processo di eliminazione di zone selvagge del pianeta e l’estinzione di sempre più specie marine e terrestri ha provocato un inarrestabile indebolimento della Dea Natura, che sembra quasi sul punto di inginocchiarsi dinanzi all’uomo.  

Molto probabilmente questo diviene il motivo della sostanziale percezione contraddittoria del mondo naturale. Se infatti oggi la natura viene vista come una divinità fertile da proteggere, custodire e adorare, è molto probabile che sia stato l’uomo a renderla tale, mediante una progressiva domesticazione che ne ha provocato poi la rovina 

Quest’ambivalente atteggiamento nei suoi confronti, si fa vivo e si esplica soprattutto nelle modalità in cui i fotografi contemporanei la rappresentano.  

Nel nostro periodo storico, la forte contrapposizione tra onirico, selvaggio, artificiale, fatato, addomesticato si riflette nei lavori di svariati fotografi come Olaf Breuning, Thomas Demand, Simen Johan, Richard Moss, che forniscono immagini di ecosistemi arcadici inventati, visioni oniriche e surreali 

Tali oggetti iconografici possono essere interpretati come decadimento della natura stessa, consapevoli che quella reale, feroce e potente si configura sempre più come un miraggio.  

Il responsabile di questo declino irrefrenabile e rovinoso è stato l’uomo. 

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