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Intervista a Giuseppe Borrelli, nuovo Procuratore Capo della Procura di Salerno

Giuseppe Borrelli, Capo Procuratore del Tribunale di Salerno, è di certo una voce autorevole della Giustizia italiana. L’ex procuratore aggiunto e coordinatore della DDA di Napoli, è intervenuto nell’ambito del seminario “Letteratura, musica, teatro, cinema e mafie” promosso dal Centro ReS Incorrupta dell’Università Suor Orsola Benincasa, in occasione dell’anteprima del nuovo docu-film di Paolo Colangeli “La malavita”. Dopo il dibattito abbiamo intervistato il dott. Borrelli, in un momento di forte dibattito politico sul tema della Giustizia.

Dott. Borrelli, quali saranno i suoi prossimi obiettivi e cosa auspica dal suo nuovo impiego?

«L’ho ribadito anche in occasione del mio insediamento: l’obiettivo della Procura di Salerno dev’essere quello di assicurare un’azione giudiziaria efficiente e al tempo stesso autorevole, nel senso che deve corrispondere ad un lavoro di elevata qualità professionale.
Ritengo che l’autorevolezza debba essere sviluppata non sul piano quantitativo, in modo muscolare, ma essenzialmente sul piano qualitativo».

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Da molti mesi stiamo assistendo continuamente a dibattiti politici incentrati sulla Giustizia e sul tema della prescrizione.
Ma, oltre questa, ci sono altre problematiche da risolvere per un efficiente funzionamento della Giustizia?

«L’argomento della prescrizione è molto complesso, perché tutti quelli che dibattono di ciò dicono solo una parte della verità.
L’istituto della prescrizione esiste solo in Italia e in altri pochi Paesi del mondo, e non c’è dubbio che la rinunzia alla tutela degli interessi delle vittime solamente per il passare del tempo indica una sconfitta da parte dello Stato e di tutti. È anche vero che, in un sistema giudiziario, non si possono lasciare le persone sotto processo eternamente, e il non avere una scadenza entro la quale celebrare il processo può essere uno dei motivi per dilazionare lo svolgimento della funzione giudiziaria.
Secondo me, ognuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e si dovrebbero creare degli strumenti di accelerazione. Probabilmente si dovrebbe analizzare il problema dei rinvii dei processi e delle loro cause, rimodellare il sistema delle notifiche perché non è concepibile che, nel 2020, la notifica all’imputato debba ancora essere fatta con carta da firmare. Esistono forme telematiche in cui l’imputato può essere rappresentato dal suo difensore di fiducia. Vi sono anche altri interventi che sono semplici da effettuare, ma ci vuole volontà e rapidità politica.
Da quello che leggo, il dibattito sulla prescrizione sta aprendo la porta ad interventi legislativi e, se così sarà, vuol dire che questo confronto sarà stato utile».

L’ultimo report della Direzione Investigativa Antimafia mostra ancora l’influenza del Clan dei Casalesi. Lei cosa pensa a riguardo?

«Io credo che il clan dei casalesi non si sia mai sciolto e non credo che la camorra a Casale o a Caserta si sia fermata. Ma queste sono solo percezioni che provengono da uno studioso di fenomeni perché, in questo momento, non sono il Procuratore della Repubblica di Napoli e quindi non mi interesso dei fenomeni criminali napoletani e non mi occupo nemmeno della camorra casertana da almeno 3 o 4 anni».

I collaboratori di giustizia sono certamente elementi chiave per alcuni processi e, in diversi casi, è interessante ascoltare la loro vita passata e il cambiamento radicale che si trovano ad affrontare nel momento in cui collaborano.
Secondo lei, cosa spinge questi uomini ad intraprendere una nuova vita e a collaborare con la Giustizia?

«Credo che le motivazioni possano essere diverse e, soprattutto, soggettive. A volte ci sono motivazioni utilitaristiche e, in alcuni casi, c’è la volontà di cambiare totalmente vita e la comprensione della convenienza. In altri casi ancora credo che sia la famiglia ad influenzare totalmente chi si trova in questa condizione, ovvero il bene che si prova per i propri familiari e per i propri figli. Credo che ognuno di loro abbia il proprio motivo che lo porti ad iniziare una nuova vita».

di Donato Di Stasio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°203
MARZO 2020

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