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Asl e associazioni. Vaccinare gli invisibili si può, Stato e volontari insieme

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Ph. Alessandro Cinque
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Si deve riconoscere anche l’impegno dell’assessore Regionale Mario Morcone che con sensibilità e riservatezza ha sostenuto quest’iniziativa

Mentre esponenti politici populisti continuano a lanciare allarmi sugli immigrati ‘portatori di contagio’, gli immigrati danno il buon esempio andando a vaccinarsi. E possono farlo tutti, regolari e irregolari, quando si sanno mettere in campo belle iniziative che creano fiducia. Iniziative realizzate da squadre miste, pubblico-privato, tra Asl e volontariato, che difendono un diritto fondamentale come il diritto alla salute.

Fin da marzo scorso ‘Avvenire’ aveva denunciato l’esclusione dalla vaccinazione dei cosiddetti ‘invisibili’, in particolare immigrati senza permesso di soggiorno o in attesa di risposta alla domanda di regolarizzazione. Un’esclusione inaccettabile. Ne abbiamo scritto a più riprese proprio perché, come recita la nostra Costituzione, il diritto alla salute appartiene a tutti. Anche a chi viene marchiato con la ingiusta (e scorretta) etichetta di ‘clandestino’. Anche a chi vive nei ghetti, nelle indegne baraccopoli, in catapecchie nascoste nelle campagne, in edifici abbandonati. Proprio dove da anni le uniche presenze sono quelle delle associazioni di volontariato. Così quando, superando lentezze e distrazioni del governo, alcune Asl hanno deciso autonomamente di vaccinare gli invisibili, una scelta di salute e di sicurezza, hanno chiesto una mano proprio a queste associazioni.

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Perché i volontari sanno dove vivono gli ‘invisibili’, anche i più nascosti. Perché hanno tra volontari e ‘invisibili’ c’è un rapporto che va al di là del pur importante, e spesso indispensabile, aiuto materiale. È Un rapporto di fiducia, ancor più importante in questa fase pandemica. Perché anche gli immigrati hanno letto le farneticazioni dei No-vax, e alcuni ingenuamente ci hanno creduto. Probabilmente spinti dal sentirsi esclusi, non aiutati a capire e perciò ovviamente sospettosi. Per questo è stata fondamentale la mediazione dei volontari, persone di cui gli immigrati si fidano. Perché li hanno visti all’opera, in mezzo a loro, al loro fianco. Disinteressatamente. E anche questa volta si sono fidati degli ‘amici’ italiani. Credendo a loro e non dando peso alle fake news. Le Asl lo hanno capito e ben volentieri hanno chiesto la collaborazione delle associazioni, dalla Caritas alla Flai Cgil, da Emergency a Intersos. A Castel Volturno come nella Piana del Sele, a San Ferdinando come nel Ragusano o nei ghetti foggiani. E ha funzionato.

I volontari, forti di una credibilità costruita negli anni con fatti concreti, hanno sciolto i timori degli immigrati che in numeri importanti (e inaspettati) si sono presentati negli hub per le vaccinazioni. Con una partecipazione superiore a quella degli italiani, mettendosi tranquillamente in fila, senza proteste neanche per il Green pass la cui importanza, ci dice un medico volontario, hanno ben capito, per sé, per il lavoro, per gli altri. Davvero un esempio di comportamento, davvero un bel lavoro di squadra. Certo sarebbe importante che le istituzioni non dovessero chiedere al volontariato di ‘mettere una pezza’ su carenze pubbliche, ma è consolante constatare che nei momenti difficili istituzioni e associazioni si sentano parte della stessa squadra, per essere al fianco dei più deboli. Lo abbiamo visto nel passato, in occasione di terremoti e alluvioni, lo vediamo oggi in questa emergenza sanitaria e sociale. Non contrapposizioni, non difesa egoista del proprio orticello, non lo stucchevole ‘sono più bravo io’, non lo sterile chiudersi da ‘duri e puri’ contro l’inaffidabile pubblico, non una burocrazia autoreferenziale, ma tutti mano nella mano per dare una mano a chi arranca in fondo alla fila.

Un’esperienza da incentivare perché, come ha detto papa Francesco, «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi». La vicenda della vaccinazione degli ‘invisibili’ è una concreta risposta al suo appello. Un’arma seria contro intolleranza, insicurezza, paure, emarginazione. E contro quella parte della politica che gioca su questi (ri)sentimenti e su queste condizioni in cerca di facili consensi. È l’alternativa del ‘fare’ alle parole vuote e crudeli. Efficienza e cuore.

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