Non è la mia prima esperienza ad una mostra multimediale: ciò che mi affascina è il diverso linguaggio utilizzato per far conoscere delle opere. Da profana della materia lo trovo interessante, coinvolgente, stuzzicante perché soprattutto quando si è a digiuno di una materia cerchiamo un linguaggio il più possibile “vicino” a noi che sia in grado di trasmetterci la quintessenza dell’opera.

Da sempre la tecnologia ha avuto un ruolo importante nello sviluppo dell’attività artistica: dall’uso della prospettiva, alla camera oscura leonardiana fino ad arrivare alle moderne tecnologie che hanno si globalizzato il fare artistico, facendo perdere all’opera la sua “aurea”, il suo “quid”, il suo essere “unico e irripetibile”, ma hanno però reso accessibile a tutti un sapere sconosciuto.

Ma cos’è che ci fa considerare la tecnologia nostra amica e nemica? Perché esiste questo rapporto contraddittorio tra gli umani e la macchina da loro stessi creata?

Nel tecno-groviglio abbiamo scoperto nuovi strumenti e potenzialità che generano però spaccature sociali e culturali. Chi infatti ha potenzialità economiche è in grado di navigare in pieno il fiume dello sviluppo tecnologico, mentre tanti altri sono costretti a restare a riva, ai margini di queste continue svolte.

 

 

Siamo dipendenti della tecnologia, questo possiamo ben dirlo se pensiamo che dal 1990 cioè da quando i computer e internet sono entrati prepotentemente nella vita di tutti e i nostri figli considerati “nativi digitali” e che circa 43 milioni di persone si connettono alla rete.

È vero che l’uso dei network ha per così dire “esteso” la nostra sfera sociale e che i “nativi” vivono in una continua open source e cooperazione globale condividendo il sapere e le esperienze attraverso i diversi strumenti tecnologici, ma è anche vero che alcuni studiosi ritengono tale approccio nemico dell’attenzione selettiva e della memoria associativa a lungo termine.

Ma non dobbiamo pensare che sia sempre tutto bianco o nero. Esistono tantissime sfumature di grigio: quindi se ad esempio la tecnologia fosse usata proprio per solleticare quella curiosità delle giovani menti?

Se il nuovo modo di raccontare l’arte, se l’esperienza sensoriale riuscisse a catturare la completa ‘attenzione del lettore facendo vivere a pieno la natura dell’autore e scoprire di volta in volta piccoli particolari, non avrebbe assunto almeno in parte al suo compito?

Se tali esperienze riuscissero a far scoprire l’artista che vive dentro l’uomo non raccoglierebbero forse quelle istanze che l’Istituzione scolastica richiede?

Immergersi per circa un’ora nel mondo e nelle opere di uno dei più grandi artisti italiani per viaggiare virtualmente e vivere attraverso i suoni e le immagini, la sua esistenza da esule livornese e l’atmosfera dell’universo artistico nella Montmartre e nella Montparnasse dei primi del Novecento.

La Belle Époque, Parigi dove nascono e si alimentano le principali avanguardie artistiche, luogo simbolo pregno di quella magia che ha fatto conoscere a Modì quei volti, quelle donne ritratte poi nei suoi dipinti.

Dipingo ciò che non posso fotografare. Fotografo ciò che non voglio dipingere. Dipingo l’invisibile. Fotografo il visibile.” 

(Man Ray)

di Angela Di Micco