Arte narrata, arte colorata: intervista a Francesco Musante

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L’arte, come è ben noto, è sempre soggettiva. Seguendo questo dogma è ovvio presupporre che quasi nessun artista può piacere a tutti, quasi. Non posso certo dire che il Maestro Francesco Musante piaccia a tutti, ma posso assicurarvi che chiunque abbia la fortuna di trovarsi davanti a una sua opera si fermerà. Forse lo farà per curiosità, forse perché tutti quei colori e quei personaggi lo divertono e lo fanno tornare un po’ bambino o più semplicemente perché comprende la grandezza dell’opera che sta ammirando.

Le sue opere trasmettono una parvenza di felicità e allegria, c’è uno spettro più ampio di emozioni nella profondità delle sue opere? 

 «Senz’altro nei dipinti ognuno racconta la propria vita. Quindi ci può essere una parvenza di felicità sia per i soggetti che per i colori che sono molto allegri e ironici, ma io posso vederci di sicuro dei lati della mia vita meno gioiosi. Tutto sta allo spettatore: chi guarda un quadro interpreta con le proprie esperienze di vita, il pittore non può raccontare il dipinto. Dire “questo dipinto vuol dire questo” preclude un sacco di strade d’interpretazione da parte di chi guarda».  

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Le sue opere raccontano delle vere e proprie storie, racconti che ovviamente hanno dei personaggi. Chi sono questi personaggi e come nascono? 

«Questi personaggi sono nati da una metamorfosi di lavori partiti circa cinquant’anni fa con altre immagini e altre figure. Sono personaggi del quale non saprei spiegare la natura ma, chiaramente, è stata una scelta lenta e progressiva. Quello che volevo raggiungere era dipingere e allo stesso tempo divertirmi e pertanto rendere piacevole quello che faccio. Non è sempre è facile, per tanti miei colleghi non lo è, soprattutto per coloro che dipingono in modo drammatico. Ogni dipinto, pur somigliandosi l’uno con l’altro grazie ai personaggi che sono sempre gli stessi (l’Omino con la tuba, la Donnina, gli Elefanti, gli Alberi, le Case, il Mare), hanno tutti una storia diversa, un po’ come lo scrittore, che pur utilizzando le stesse lettere, la stessa lingua e le stesse parole cambia ogni volta la storia».

Oltre alle sue esperienze di vita c’è qualche altro fattore che accende la sua ispirazione?

«L’ispirazione si prende dappertutto: da un libro, da una poesia, da un incontro o da un paesaggio. Chi dipinge o chi in generale fa un lavoro simile al mio prende ispirazione 24 ore al giorno, persino quando sogna. Può persino capitare di dimenticare le proprie idee e di ritrovarle dopo anni. Tanti dicono “dipingo quando ho l’ispirazione” e questo è un percorso che va bene per i dilettanti e non per chi fa questo lavoro da professionista. Io non dipingo tre volte l’anno e poi per il resto non faccio nulla, se mi metto di mattina davanti alla tela bianca comincia a uscire subito fuori qualcosa».

Nei suoi quadri la mole di dettagli che si possono osservare è enorme. Questi dettagli sono presenti sin da subito nella sua visione dell’opera o nascono man mano durante il lavoro?

«Io parto sempre dal disegno a matita e in quel momento lascio la mia fantasia libera di viaggiare senza limiti, quando comincio non so mai cosa verrà fuori. È un po’ come cominciare con una parola per poi dirne un’altra e un’altra ancora sino a formulare un discorso. Ogni mia opera comincia con un solo dettaglio, che può essere rappresentato da un personaggio, un albero, una casa ecc. Una volta disegnato, poi, posso passare alla parte più tecnica che è quella della pittura. Quando poi lavoro su commissione, ad esempio per le aziende, pur avendo carta bianca devo comunque attenermi a un tema; per esempio, per la Vaillant che faceva caldaie, ho fatto un’opera con qualcosa che ricordasse il fuoco e i prodotti in generale».

Che importanza hanno i colori all’interno delle sue opere?

«I miei colori attirano molto, soprattutto i bambini, anche piccolissimi. Il colore che uso è anch’esso frutto di una metamorfosi pittorica. Io non ero partito con quel blu notte e con il resto della tavolozza che uso di solito. In un periodo dove la maggior parte dell’arte contemporanea è fatta di minimalismo e di monocromatismo, io sono felice di usare i colori. Di sicuro c’è una parte di spettatori che non ama i miei colori, anche perché, parlando commercialmente i miei quadri sono anche difficili da collocare. Una tela bianca sta benissimo in una casa, non chiede particolari doti di design. Io però resto dell’idea che un quadro vada acquistato non per essere arredamento ma per la semplice soddisfazione di poterlo guardare». 

di Giuseppe Spade

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°218 – GIUGNO 2021

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